Ultimi Post

Vento immobile

Il tempo, questo tempo, è come una prigione beffarda. Una cella stretta e lunga con una piccola finestrella ferrata dalla quale entra luce fioca di giornate senza stagioni, senza orari: luce, buio.
Rimango a guardare la finestrella nella speranza di veder passare per un istante qualcosa: una nuvola, un gabbiano , la scia di un aereo. Rimango lì, guardando tra le inferriate la mia porzione di mondo distorto e compresso. Rimango lì, dando le spalle alla pesante porta spalancata della mia galera, percependo l’aria fresca che prepotentemente mi accarezza.
Rimango lì, codardo, immaginando il mondo che vorrei.
 

Notturno

Ho sognato di fare due passi con il mio passato, passando attraverso i pensieri o scegliendoli col setaccio.
Senza una logica, almeno apparente, perché il flusso pare incontrollato e le associazioni impossibili da ricostruire dopo pochi istanti.
Capita così che il tempo trascorra, con tutta questa vita dentro, senza logica, e quella fuori che di logica pare averne ancor meno.
Il futuro dovrebbe essere la sintesi, di ciò che il flusso dice e di ciò che la vita fa intravedere: dovrebbe appunto.
 

Stanze

Guida piano e composto la sua Jaguar. Stringe il volante in pelle con la mano sinistra e il cambio in acciaio con la destra: caldo, freddo. Fuori si gela, dentro si respira la stessa aria che c’è fuori ma scaldata dai tubi che corrono vicino al motore. La radio suona per sé.

E’ teso. Molto teso. La decisione è presa e non tornerà indietro.

Apre la porta blindata con la chiave lunga, quella che ha sempre odiato perché non sta in nessun pantalone. Appoggia la The Bridge a terra, vicino allo spiraglio delle luci neon a pavimento costate 1.352 euro. Ricorda ancora la fattura. Le ha volute lui perché gli piacevano con il pavimento bianco, lo stesso che aveva visto su AD. Sfilandosi il Moncler sente cadere un bottone della giacca a terra, è il secondo della manica destra, lo sa, non ha bisogno di guardare, era da qualche giorno che pendeva tenuto su da un niente. Lo lascia lì a terra: staccato.

- Ciao tesoro.

- Dobbiamo parlare.

E dicendolo si siede su uno dei due sgabelli che hanno voluto di contorno alla penisola della cucina. Stupenda. La cucina è nera. Stupenda. Unisce design, funzionalità e robustezza. Stupenda.

- Certo. E’ successo qualcosa al lavoro?

Mentre lo dice però non lo guarda. Continua a tritare le verdure dandogli la schiena. Vicino ai lavelli quadrati. Stupendi.

- Smettila, dobbiamo parlare. Ascoltami.

Aggancia le gambe allo sgabello, tiene la schiena dritta e allunga una mano fin sopra la testa bionda del bambino dentro il seggiolone Foppapedretti agganciato alla penisola. Stupenda. Lo accarezza una volta. Gioca con qualcosa, è impegnato.

- E’ finita. Non c’è molto da dire. Non ti amo più.

Le guarda i capelli castani perfetti che cadono sulle spalle. Il corpo da ginnasta fasciato nel vestito “fumo di Londra” che le ha regalato lo scorso fine settimana. Non ha mai visto nessuna donna così elegante cucinare, così composta. Lei lo è sempre stata: era un pregio, era motivo di fascino, se l’era immaginata così fin da ragazzo. Era.

La osserva. Lei continua nel suo lavoro. Non dice nulla. Si volta appena per prendere dell’altra verdura dal lavello. Scopre il profilo, il mento leggermente a punta che vorrebbe ritoccare dal chirurgo.

La guarda e si rende conto di quanto l’abbia amata, desiderata e vissuta.

Forse sta per avere un’erezione.

- Non dici niente?

- Cosa vuoi che dica? Cosa vuoi sentirmi dire? Che strada vuoi che prenda la storia che stai scrivendo? Come te l’eri immaginata?

Lui ascolta le sue parole. L’ha sempre ascoltata. E’ per questo che per così a lungo sono stati uno. Si accorge del leggero tremolio che le prende l’estremità destra del labbro inferiore quando è nervosa. Pensa a lei come ad una statua. Perfetta, stupenda. Una statua che trema, viva. Trema impercettibilmente. Lui sarebbe disposto a morire se la dignità di lei fosse in pericolo.

Ama la sua intelligenza. Lei sa già tutto. Sa che non ci sono motivi. Sa che è lei la più forte, o almeno che è quello il compito che le è stato dato e che non ha rifiutato. Sa che è grazie a lei che è diventato e sarà, anche senza di lei, Lui.



(La mente umana è un vortice buio nel cui abisso si intravede una luce fioca. Quella luce è una promessa. Non “La Promessa” ma “una promessa”, perché è di tutti).



Allora lui continua. Assolve il compito che si è dato. Che donna straordinaria pensa.

- Non ti amo più e basta. Non ci sono motivi. Non ci sono donne, non ci sono perché. Non ti amo e ho paura. Ho paura e scappo. Ho paura che mi manchi la parola ancora. Ti guardo. Guardo tutto questo e mi sono stufato. Mi manca l’aria. Si adesso. Non prima, mi manca l’aria adesso.

Nostro figlio non lo voglio. Non lo amo. Non mi interessa cosa sarà da grande, chi sarà. E’ una persona che non mi interessa e non mi interessano gli scompensi che potrà avere per la mancanza di un padre. Non lo voglio e basta. Non vi voglio. Non voglio più nulla che sia tutto questo e non mi dispiace.

Non sento il bisogno di chiedere scusa a nessuno.

….

Non voglio morire così. Non voglio morire dopo una vita così. Così. Così. Così. Così come si dovrebbe.

Lo so che capisci. Capisci perché eravamo noi. Capisci perché ti ho portata dentro di me. Ti ho fatto guardare. Eravamo uno. Capisci perché eravamo. Plurale, plurale, plurale! Plurale! Plurale! Plurale! Plurale! Plurale per indicare uno! Uno! Capisci!

Non vi mancherà nulla.

Si alza dallo sgabello. Lei posa il coltello, sciacqua le mani e si volta. E’ proprio come l’aveva sempre sognata. E’ lei e non sarebbe potuta essere nessun’altra.

- Vattene!

Vai, non perdere tempo.

La guarda per qualche istante. Cerca una risposta ad una qualsiasi domanda. Rimane in piedi di fronte alla statua. Fissandola. Stupenda.

Va verso l’ingresso senza curarsi del bambino. Rinfila il cappotto. Lascia la valigetta lì dov’è, prende le chiavi dell’auto. Esce.

Nel silenzio dell’ampio ascensore pensa al suo bottone: per terra, in mezzo ad un corridoio bianco illuminato con delle luci a neon. Solo.


 

Io almeno esisto

Persone. Sono solo persone. Straordinariamente solo persone.
Quando uccido qualcuno mi piace strappargli la vita, nel senso che adoro guardare il prescelto mentre tenta disperatamente di ribellarsi all'inevitabile. Gli occhi inniettati di vita come non lo sono mai stati supplicano l'inottenibile: una grazia che non concederà nessuno, un Dio che non conoscono, me, che sono il vero Dio, l'unico misericordioso che ha scelto per loro e come il primo dei giusti non e' mai tornato sui propri passi. Perche' le preghiere, le suppliche, i bisbigli notturni con la bocca coperta dalle lenzuola, non sono altro che la codardia dell'uomo di fronte a se stesso. Dio, quello che pregano loro, quello che non risponde mai, non e' altro che una decisione delegata a qualcun'altro,una fuga di fronte al senso.
Giustizia: questo sono io.
Li scanno come maiali. Mentre sono ancora anestetizzati fisso braccia e gambe con delle corde appese al muro in modo che stiano ben divaricate, al loro risveglio la prima cosa che vedono e' il carrello con gli strumenti che mi permetteranno di liberare la loro anima: un coltello affilato con lama seghettata da trentotto cm, un martello da tre chili, una cesoia e un filo da pesca. La maggior parte di loro a questo punto e' già scoppiata in un pianto disperato e inizia una litania di patetiche suppliche: adoro queste persone, sono quelle che piu' necessitano della mia misericordia. Impareranno il valore della vita perdendola.
Più cattivo di me c'e' solo il loro Dio: io almeno esisto.
 

Terra di mezzo

Della querelle tra il resuscitato “Il Giornale” e “Avvenire” senza dubbio ne potrebbero trarre vantaggio tutti, questa volta sembra incredibile a dirsi, ma potrebbero vincere anche i cittadini.

In che modo? Semplice, scegliendo di stare dalla parte giusta: e qui viene il bello.

L’homo italicus preferirà infatti rifugiarsi tra il ventoso colonnato vaticano o si ribellerà in difesa del voyeurismo mediatico dilagante?

Se da una parte troverebbe conforto nei familiari, per quanto ormai poco praticati, precetti cristiani, dall’altra avrebbe finalmente l’occasione di spazzare con un ultimo colpo di spugna anche i più antichi pudori, lasciati fino ad ora lì a traballare, un po’ per reale rispetto un po’ per timore.

Caro italiano, abbi fede! Fede in te stesso! Hai dalla tua i numeri: 7.915.000 spettatori televisivi durante la proclamazione del vincitore del Grande Fratello 9 contro gli “appena” 2.121.000 in occasione della Santa Messa tenuta a San Giovanni Rotondo lo scorso 16 giugno dal Santo Padre.

Insomma sig. Italiano, sentiti libero di scegliere, ma si coerente!

Redimiti e smetti di versare ogni domenica 1 € nel cestino delle elemosine e tonnellate di testosterone il pomeriggio di fronte al televisore, scegli una delle due e attacca chi fa la morale solo quando è toccato nell’intimo, sii migliore di molti dei tuoi precettori!

Oppure togli la maschera del buon cristiano per non offendere chi davvero lo è, sii figlio solo dei tempi e prendi tutto, arraffa a più non posso a destra e a sinistra, (da questa parte fai attenzione nelle scorribande, potresti imbatterti nel “Gran Maestro protettore del Tempio” San Travaglio, il più Giusto dei Giusti, pronto a bacchettarti dall’alto del suo colle immacolato), cancella morale collettiva, spiritualità e pudore, sii per una volta fondamentalista in qualcosa, fosse anche del niente!

Insomma Italiano, hai finalmente l’occasione di ribellarti come mai prima, le carte sono tutte scoperte: informazione, politica, fede. Italiano! Facciamo la Rivoluzione! Cambiamo faccia al Paese, trasformiamolo in un feudo Vaticano, abbandoniamo i falsi miti di ricchezza e piacere, salpiamo da questa “terra di mezzo”, (mezzo moralismo, mezzo piacere, mezza fede), strappiamo dalle pagine di grammatica i verbi condizionali e votiamoci all’indicativo!

Oppure togliamo l’insegna sbiadita “Bel Paese” in favore di quella luminosa “Il Paese dei Balocchi”, facciamo carta straccia delle leggi Merlin e sulla privacy, sostituiamo in ogni pubblica piazza le statue marmoree con donnine e bell’imbusti in carne ed ossa, costruiamo palazzi interamente di vetro uno di fronte all’altro e andiamoci a vivere! Saremo liberi, sapremo tutto, avremo sempre qualcosa da fissare, finalmente guarderemo solo fuori!

Dai piccolo grande uomo italico non perdere “l’ Occasione”! Non rimanere a centro strada, dipende da te! Tutti gli interpreti in gioco purtroppo, per quanto tengano toni accesi e attizzino i carboni, continuano a non discostarsi dalle rotaie del condizionale, della “terra di mezzo”. Italiano sii uomo, anzi sii maschio: facciamo “Una” rivoluzione!

Ahimè è già domani.


Questo pezzo lo puoi leggere anche QUI

 

Le lance dei soldati

Adesso lo vado a trovare poco. Solo quando ne sento davvero la necessità e sono nei paraggi. Prima di arrivare abbasso sempre la musica dell’autoradio, se è già bassa l’abbasso ancora. Varcato il cancello sento subito il ghiaino sotto le scarpe, fa “scs scs”: mi piace. Il ghiaino è brutto da vedere ma quando ci passeggi e c’è silenzio fa un suono stupendo.

Cammino piano, composto, come se qualcuno fosse lì a guardarmi, anzi, peggio ancora a giudicarmi. Mi avvicino scansando dei fiori, tocco la foto e metto una mano sul marmo intiepidito da una giornata rovente. Non faccio il segno della croce, se lo faccio è solo mentale.

Ormai non mi commuovo più, non chiedo più niente, rimango in silenzio e basata. Penso che non sia male questo posto. Si vedono le vette delle montagne, belle dritte come lance di soldati, oggi poi il cielo è così terso che sembra di poterle toccare. Fa caldo, canta il corpo di una cicala.

Forse dovrei pregare. Forse non se lo merita, forse non se lo merita nessuno. Forse dovrei credere. Penso ad un racconto che ho letto in cui si ipotizzava che i morti sapessero tutto: tutto, qualsiasi cosa. Triste. Morire non sarebbe più come il raggiungimento di qualcosa ma una condanna.

Penso un paio di cose che vorrei che capisse. Tocco di nuovo la foto, mi volto e torno sul ghiaino. Una donna fa giardinaggio su una tomba vicino al cancello d’ingresso. E’ grassa e ha i baffi. Mi sorride. Sorrido pacatamente, come si conviene, come la pensassi come lei.

La scritta dice “E' tra le braccia di Dio”, io penso - che posto di merda, vicino al cancello, e non si vedono neppure le lance dei soldati -.

 

Ritorni

Aprendo la porta, a causa della scarsa luce che entra dai vecchi balconi, gli occhi ci mettono qualche istante ad incollare il ricordo del salone d’ingresso con la realtà. Faccio un passo, lento ma sicuro, come un esploratore che dopo anni di avventure ritorna nel luogo della sua prima scoperta.

Chiudo la porta alle mie spalle spingendo con il palmo della mano lo stipite dietro la schiena, con la forza giusta, senza farla sbattere, come si riesce a fare in quel luogo che chiami casa. Solo, quasi silenzio dentro, fuori la città quasi rumorosa: è mezzo giorno e io sono mezzo felice, mi siedo.

Mi lascio cadere sul divano che ricordavo più morbido, ma forse anche lui mi ricordava più leggero. Rimango seduto sulla punta del cuscino, i gomiti appoggiati sulle ginocchia, con le mani sorreggo la testa, resto così. Osservo danzare la polvere sui listelli del parquet, sembra spinta dai raggi di luce che si fanno strada prepotentemente dagli infissi, fuori Roma brucia, l’estate appena iniziata scioglie già l’asfalto e scotta le spalle di turiste dalla testa rossa e dall’accento inglese. I turisti sono sporchi. Lo penso sempre e ho ragione. I turisti toccano tutto, si siedono ovunque, mangiano panini comprati in chioschi che mi fanno mal di stomaco solo a guardarli. I turisti puzzano, puzzano di metropolitana e di autobus, di aeroporti e voli in classe economica, di bad and breakfast che trovi su internet e di deodoranti spray. Odio i piedi neri dei turisti. Calzano infradito bianche sudice o sandali da frate comboniano che non aspettano altro di sfilarsi per mostrarti le piante nere di tutto ciò che può raccogliere l’asfalto.

Guardo le mie scarpe da ginnastica.

Rimango lì ancora per un po’, la giornata è lunga, sono tornato.

 

Bagnasciuga

Vedo persone passare, tra me e il mare, sul bagnasciuga, lasciano impronte, una accanto all'altra. Sento il loro vociare, capto parole, anche in altre lingue, sento risate, versi, dialetti, mugolii, bestemmie. È la gente, sono io. Mi capita poi di chiedermi da dove vengono, che lavoro fanno, chi sono, quanto hanno sofferto e quanto hanno riso. Succede che quando vedo una faccia, o un corpo che si muove, mi sembra di capire molto dell'anima che trasporta dentro, come se il guscio fosse il contenuto: sbaglio. Però in quel momento la vita che immagino è mia, glie l'ho scippata di dosso, appartiene solo a me. Per cui che importanza ha se quella faccia per me lavora in banca, se quelle braccia caricano sacchi di cemento, se quelle mani lavano capelli o quelle gambe si aprono solo per commettere adulterio? Nessuna per loro, molta per me, ma forse vale anche il contrario.
Penso alle loro vite, per pensare alla mia è chiaro, magari le parole che sento mi ci fanno ricamare sopra una storia: "ma lui dice che non si fida".
Questa, con quel culo sicuro è una furba, fa la segretaria da un notaio, lavora fino alle sei del pomeriggio e tre volte alla settimana va in palestra e si infila in una tutina aderente fuxia, segue un corso di kick box perché con la gente che gira non si sa mai, e uno di pilates che non sa nemmeno che cazzo vuol dire ma lo fanno tutti. Sta comunque pensando di lasciare questo corso a favore di uno di acqua jim perché lo fa anche la sua migliore amica e dice che non ha più un filo di cellulite e che con il maestro si trova tanto bene. Da qualche anno vive da sola, in un bilocale in centro, e sopra la tv ha una pianta grassa perché proprio da quella scatola una sera un professor Tizio ha detto che mangia tutte le radiazioni, rendendo l'ambiente più salubre, (questa parola per altro le è piaciuta talmente tanto che il giorno seguente, in ufficio, ha trovato un pretesto per usarla dicendo: "da quando vado in palestra mi sento più salubre"). Naturalmente con il suo lui ancora non convive perché è troppo presto e poi in fondo chi glielo fa fare a perdere la sua indipendenza, per sposarsi e iniziare a cambiare pannolini, cospargendo piccoli genitali arrossati con il fissan, c'è sempre tempo. Poi lui è troppo possessivo, le fa le scenate se mette la gonna un po' più corta del solito e a volte la chiama al lavoro con una scusa per sapere come è vestita. Non si vuole sentire oppressa, proprio ora che ha tutto: un buon lavoro, la casa in centro, la donna che una volta alla settimana viene a sistemarla e a stirare, la nuova y color panna che con ancora 32 rate sarà sua e un guardaroba da urlo, perché ha un' amica che lavora allo spaccio e quindi le fa lo sconto sullo sconto.
In conclusione "ma lui dice che non si fida" a mio giudizio fa bene perché quella cena con il notaio non è per lavoro, ma per approfondire la prova orale che è già stata superata con il massimo dei voti.
Va così, che pensi questo delle persone che vedo, e anche di molto peggio, anche di meglio però, solo che lì le storie che mi vengono sono molto più brevi: i buoni spesso mi risultano noiosi, come i corpi che li contengono.
Al di la di quello che posso pensare, la gente, io, continua a sfilare su quel bagniasciuga, mettendo un'impronta affianco all'altra, qualcuna resiste più a lungo alla carezza delle onde, altre neppure il tempo di delinearsi, nemmeno te ne accorgi e già la sabbia è lucida sotto il sole ad aspettare qualcun'altro.
Io non so che impronta lascio, mentendo mi convinco che non me ne curo, però ho capito che il segreto è camminare, senza esitare, riprendersi subito dalle buche, far finta di non sentire i tagli delle conchiglie, per arrivare a quel punto sull'orizzonte, dove mare, cielo e sabbia diventano tutt'uno.
 
 
Support : Creating Website | Johny Template | Mas Template
Copyright © 2011. hofattotardi - All Rights Reserved
Template Created by Creating Website Published by Mas Template
Proudly powered by Blogger