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Il gesto di Dio


I gesti sono importanti. Più delle azioni i gesti. Il picchiettare del dito sul volante per assecondare il tempo di una canzone che anche se cantata a mente suona stonata, perché non è tua, e' di chi te la cantava, picchiettando allo stesso modo quel dito. Spostare un oggetto dal tavolo con le stesse movenze che hai sempre visto in lui e credevi solo sue. Fermare una porta con il piede perché hai le mani impegnate rendendoti conto di aver fatto anche la medesima espressione del viso. I gesti sono importanti, importantissimi mentre ti radi il volto e con una mano tiri verso l'alto la pelle della guancia e segui con la coda dell'occhio la punta scintillante della lametta che affonda nella schiuma bianca, stesa precedentemente con la mano destra. Non come fanno tutti, ma come fa lui. I gesti sono importanti, importanti perché ti permettono di arricciare leggermente il naso per inalare più aria mentre tenti di non sbattere gli occhi, mentre riesci a non piangere mai, neppure quando si dovrebbe, neppure quando sei solo. I gesti sono importanti, perché te li senti addosso, in quel sorriso tirato ma ampio, con gli occhi del suo stesso colore e della sua stessa luce, mentre ti chiedono come va e rispondi bene, sempre. I gesti, i gesti, i gesti che sono impercettibili azioni che raccontano infinite storie di passato e di sangue che si è rovesciato da un vaso all'altro, da un corpo all'atro, mescolandosi ad altri ma senza mai miscelarsi appieno, con il preciso scopo di mantenere intatti quei gesti, quei gesti importanti, quell'eredita', così ingombrante, così rassicurante. I gesti li porta il sangue, li trascina per ogni centimetro del tuo corpo e del suo e saranno sempre lì, pronti per il corpo che verrà, che sarà la tua porta verso l'infinito, verso l'immortalità. Aspetteranno tuo figlio e vi si aggrapperanno come hanno fatto con te, che pensavi di averne solo di tuoi, come hanno fatto con chi quei gesti te li ha rovesciati dentro perché li ha ricevuti a sua volta. E così a ritroso, in una catena di gesti e di sangue infinita, che mescola ma non miscela, che spaventa ma rassicura, che mantiene quel primo gesto, quel primo sangue che lo conteneva. Perché i gesti li porta il sangue e nel sangue, da qualche parte c'è il primo gesto. Il gesto di Dio.
 

Insonnia, oceani e forse un'isola



Spesso mi capita di non riuscire a dormire. Bugia: non mi capita spesso, soffro d'insonnia, insonnia e gastrite, mi succede sempre. Non dormo mai. Quando non dormire diventa una regola hai due strade: impazzire al ritmo di tic isterici e calmanti di varia natura, oppure usare l'insonnia a tuo vantaggio. Come? Cercando di guidare la follia dei pensieri notturni verso sentieri di piacere. Arrivare a quei pensieri e' un percorso torbido, fatto di te stesso e di altri. Bugia due. Gli altri sono una, Lei.
Averla accanto e' già qualcosa, ti permette di osservarla, scrutare la sua pace, il suo essere la tua consapevolezza, il profilo del viso su cui ami far scivolare gli occhi quasi cechi nell'oscurità della stanza. In una parola, Lei.
Senza Lei è ancora più difficile, il volo diventa ampio ed in mezzo c'e' sempre un oceano, si un oceano, un cazzo di maledetto oceano. Le travi del soffitto sono tredici, il lenzuolo e' ruvido al tatto e la coperta pesa e tira sulle punte dei piedi, in fondo, dove pensandoci bene ho messo la testa solo una volta, mentre facevo l'amore. Mentre facevo l'amore con Lei. Lei che la mattina si stropiccia gli occhi e mi guarda tenendoli socchiusi. Scivola con la testa sul cuscino e la infila sotto il mio braccio, appoggia la guancia e l'orecchio destro sul mio cuore, lo sente battere, credo, immagino, mi piace pensare. Lo sente battere per qualcosa, per uno scopo, per Lei. Si, Lei dorme a sinistra, io a destra, vicino alla porta, la porta per andare in bagno. Perché soffro d'insonnia, d'insonnia e gastrite, per cui la notte vado al bagno, accendo la luce dello specchio e mi guardo, dritto negli occhi, finché quello che sta dall'altra parte mi costringe a smettere. Poi torno a letto. Questo è il cazzo d'oceano da attraversare tutte le notti, Lei è l'isola deserta, quella che se sei fortunato ti salva durante il naufragio. Lei è l'isola deserta che non c'è sulle mappe. Io soffro d'insonnia, d'insonnia e gastrite e anche sta notte mi toccherà navigare e guardarmi negli occhi.



 

Il Tempo è curvo


Fermo in un punto. Le cose si accumulano su loro stesse: come il tempo, secondi, minuti, ore aggrovigliate insieme, una sopra l'altra, tutto intorno. Così alle sue spalle, così di fronte. Cambiano solo le sue mani, i suoi capelli, la sua faccia. Il resto non cambia: segue il suo mutare, si adatta a lui. È in continuo divenire statico. È un presepe e lui è Dio. Un Dio decaduto, un Dio stanco, senza ragione, collera o misericordia. È un Dio peccaminoso che odia, soprattutto i buoni:  si, i buoni lo irritano più di ogni altra cosa. Aprendo le braccia come due ali non vola più, si limita a girare su se stesso, sempre più veloce. Riesce allora a vedere la sua vita con chiarezza, vede Ieri, Domani, si illude persino di percepire la presenza di Per Sempre che non esiste, vede nitidamente Mai. Lo circondano vorticosamente tutti: lo seguono, lo sostengono, lo soffocano, lo rassicurano. Le stanze della vita sono tutte di fronte a lui; le porte socchiuse, la luce accesa all'interno. Gli attimi vissuti diventano tutt'uno con il presente, si toccano tra loro, come i polpastrelli di indice e pollice di una mano, quando si chiudono a formare un ovale. Ecco, quello è il suo tempo: curvo. Lo spazio all'interno e' l'Infinito, con le sue infinite possibilità, paradossalmente limitate dal tempo.

(Personale interpretazione della Teoria quantistica dei campi nello spazio-tempo curvo)

 

La legge del contrappasso



  • - Sei qui per te?
Cazzo no! Penso con la spavalderia di chi si sente eternamente giovane, quindi immune a tutto.
  • - No, per mio nonno.
Siamo in urologia, circondati da uomini che deambulano per i corridoi con un gonnellino bianco e un catetere che penzola da sotto, collegato ad una sacca trasparente che tengono in mano, piena di sangue e piscio e tu mi chiedi se sono qui per me? No cazzo che non sono qui per me! Sono l’unico con i pantaloni, con in mano un pacchetto di sigarette, con la faccia di chi non ha un tubo infilato nel pene. Direi che i segnali sono molti per capire che non sono qui per me.
  • - Niente di grave spero?!?. Dice con quel tono tra domanda e sentenza di morte.
Penso: ma a me chi me l’ha fatto fare di salutarti? Si e no ti ho vista al liceo di sfuggita a qualche assemblea, avremmo parlato più o meno due volte, l’unica cosa che mi ricordo è che si vociferava sul fatto che fossi lesbica. Ecco perché ti ho salutato, ecco perché mi sono ricordato del tuo viso comune. Sei lesbica! Insomma così dicevano, quindi dev’essere per forza vero…
  • - No, fortunatamente niente di grave, giusto un tagliando dovuto all’età.
Sorrido amabile con l’espressione di Rocco Siffredi quando racconta una barzelletta sulle monache di clausura. Non ride. Lesbica di merda. Rovini tutte le mie fantasie sulle lesbiche. Quelle bionde procaci, con i seni grossi che si avvinghiano tra loro nel fango. Va bene penso, saranno tutti questi uccelli al vento per cui è scattata una sorta di auto difesa meschina e maschilista. Adoro giustificare il me stesso cattivo, dargli delle attenuanti. In fondo sono sempre io.
Visto che non ride aggiungo:
  • - Tu come stai? Non sapevo fossi diventata medico. È un bel po’ che non ci vediamo. Chi l’avrebbe mai detto?
  • - Chi l’avrebbe mai detto cosa?. Fa lei.
  • - Di trovare una lesbica in mezzo ad un mare di cazzi! La “legge del contrappasso” ricordi? Dante, l’abbiamo studiato al liceo, oppure Innocenzo III nel “De Contemptu Mundi”, spiegando la caduta di Sodoma e Gomorra: “Perciò il Signore riversò una pioggia da sé, non pioggia d’acqua o di rugiada ma di zolfo e di fuoco, zolfo sul fetore della lussuria, fuoco sull’ardore della libidine, affinché la pena fosse il contrappasso della colpa”. Mi atteggio e faccio il grosso con la cultura. Dei discreti studi combinati ad una brutta giornata sono più pericolosi di Bin Laden su un autobus pieno di suore cristiane ortodosse.
Questo in un mondo magico e giusto, governato dal bene supremo in cui ogni uomo dispone di spavalderia e arroganza a proprio piacere, in cui lesbiche avvenenti copulano agli angoli delle strade e non esistono raschiamenti della prostata dovuti all’età né uomini in gonnella davanti alla macchina del caffè con in mano le oro urine insanguinate.
  • - Nel senso che chi l’avrebbe mai detto di ritrovarci qui. Insomma non è il luogo più allegro per incontrarsi…
  • - Bhu si, ma poi ci sia abitua a tutto. Forse ci vorrebbe una tinteggiata alla pareti con un colore più allegro.
Cara la mia lesbica frustrata, lo so io cosa ci vorrebbe a te! Tuona ancora la parte peggiore di me di cui non finisco mai di compiacermi.
In un mondo privo di tragedie, lutti, razzismo, lotte per la libertà sessuale potrei pure esternare liberamente questi pensieri senza essere frainteso e preso per mostro. Si ma in un mondo fatato le lesbiche che lottano nel fango non esisterebbero, sbotta ancora il mio Super io malvagio. Saresti disposto a rinunciare alla tua immagine delle lesbiche per la pace nel mondo?. Ha ragione lui. Mi vengono in mente i Griffin e tutte le battute sulle minoranze a cui ho riso, a cui non si può non ridere. Cazzo però non sono un mostro! Non farei mai del male a nessuno, sono per la libertà di pensiero e sessuale, se mio figlio mi dicesse di essere gay penserei: beh meglio gay che juventino, insomma sono uno apposto, non sono perfetto ma ragionevolmente perfettibile si. Perché allora mi accanisco con i pensieri sulle preferenze sessuali di questa quasi sconosciuta? Meglio tagliare mi dico, oggi il mio Lato Oscuro si è svegliato più in forma del solito.
  • - E si hai ragione, magari un bel verde speranza. Speranza di non capitare spesso da queste parti. Ora ti saluto perché devo proprio andare, mi scade il ticket del parcheggio. Ci vediamo eh!
  • - Mi ha fatto piacere-. Dice lei. – Stammi bene!. – Chiosa la stronza.
Immagino che ti abbia fatto piacere penso io, come una colica in piena notte mentre sognavi di limonare con Kate Perry. E complimentandomi per la sagacia meschina del mio lato malefico mi volto e delicatamente infilo una mano in tasca per sfiorare e tastare i testicoli, quel tanto che basta per esorcizzare l’ultimo anatema, (Stammi bene!), lanciato dalla stronza.
- - Se
 

Mi ascolto pensare...



...per sentire se passa qualcosa di buono. Mi sento così scollegato, così lontano dal posto in cui volevo andare che quasi non ricordo dov’è. Accarezzo i tasti sperando che parlino, guardo la sigaretta danzare sopra i tasti p-l-i-n-o della parola “parlino” appunto, perché la tengo con la destra e il fumo mi va in faccia, ogni tanto, quando schiaccio il tasto spazio e il primo “quasi freddo” di settembre visita la terrazza.
Mi blocco perché non mi sento più pensare.
Oggi ho pensato a mio nonno, mentre guidavo, passando davanti al centro commerciale, per ritirare le camice lavate e stirate, domani non saprò quale mettere ma sicuramente ne metterò una a righe. Ho tutte le camice a righe. Io odio le camice a quadretti, mi fanno miseria, mi indispongono. Odio anche quelle a righe, ma meno. Quando mi guardo allo specchio le righe mi disturbano.
Davanti allo specchio guardava la profondità del corridoio alle sue spalle. Le sedie appoggiate ai muri separate un metro l’una dall’altra, quasi fossero servite mai a far sedere qualcuno. I quadri pesanti appiccicati alle pareti ritraevano scene di battaglia, di un tempo dove si moriva guardando in faccia chi ti uccideva. Poi c’era lui, davanti a tutto questo, davanti allo specchio, con il suo completo scuro e la camicia a righe, senza cravatta, con i polsini slacciati sotto la giacca, questo era un vezzo di cui riusciva persino a compiacersi a volte, quando ancora riusciva ad ascoltarsi.
- Ha un appuntamento?
- Antonio Mareschi, alle 16.00
- Certo si accomodi pure, tra qualche minuto il Dottore dovrebbe liberarsi
- Attendo in piedi

Guardava le gambe della segretaria sotto il tavolo. Le caviglie né troppo fini né troppo grosse, sufficientemente erotiche pensò, forse ingannato dalla prospettiva e dalla velocità con cui le aveva osservate.
L’avrebbe voluta invitare a cena, così senza conoscerla, se era sposta non portava la fede e se era fidanzata non era sposata. L’avrebbe voluta invitare a cena, senza offenderla sembrando sfacciato, chiedendole di indossare quel vestito, quelle scarpe e con quell’acconciatura. Non era bella, le piaceva così, in quegli abiti ed in quel momento. L’avrebbe voluta invitare a cena alle 15.58, portando con se quel momento, quelle caviglie, quel pensiero.
Chi sa se capita anche agli Altri. Se lo chiedeva spesso. Chi sa se anche gli Altri provavano interesse per un preciso momento, per un preciso istante della vita di qualcun’Altro. Non gli interessava il resto, non cercava l’amore. Voleva rubarle la bellezza di quell’istante. L’impulso di quel frammento.
 

La vita accanto: altrove.


Adagiato al buio, sulla poltrona marrone, di pelle, quasi comoda. Osservo la tempesta dorata nell'aria, sorseggio fredda acqua di diamante in calice, per ricordarmi quanto e' preziosa. Fuori succede di tutto, non cade una goccia. Dalla porta a vetri spalancata irrompe gelida aria celeste, spinta da lontano, soffiata da un altro dio, quello che non e' con me, che mi aspetta, che mi tormenta. Vedo l'incanto di luci che disegnano nubi intermittenti, fluttuanti, sempre rinnovate. Il riflesso del bagliore dalla mia porzione di cielo mi parla di uno spettacolo meraviglioso poco distante, dietro l'angolo, dietro la finestra accanto, chiusa. Adagiato sulla poltrona con il cuore avido, riposo gli occhi nel buio. Ancora una volta la vita accade altrove. Dietro una finestra chiusa: dietro l'angolo.
 

Interior al aire libre

Il tempo si arrotola negli invisibili e leggerissimi vortici d’aria che invadono il porticato. E’ il tempo perfetto. Lo scorrere percepito, individuabile, governabile: il tutto.
Rallento il respiro, assaporando in bocca il dolce profumo di rosa mescolato a note di mimosa. Intravedo nell’ampolla che contiene il fresco bouquet gli steli recisi. Li sento dolere, li percepisco tra le dita. Attenuano con la loro lacrima di linfa, che scorrere già tra i polpastrelli, la pressione che esercito sui braccioli del dondolo. Pressione, equilibrio. Equilibrio, immobilità dinamica. Immobilità dinamica, obbiettivo. Obbiettivo, vita.
Il legno preme sui palmi privi di calli che sento infuocarsi per chiedere un cambio di posizione. Desisto dal concedermi il consueto accontentare il corpo.
Ripenso all’accetta che da bambino rubai nel capanno della servitù, e trascinandola fino al ruscello iniziai ad abbattere i piccoli arbusti circostanti. Ero Tom Sawyer: mi mancava la zattera. Con scoordinata fatica colpivo la natura quieta di una tarda mattina primaverile, ed essa quieta, moriva inerme vittima dei miei sogni. Ricordo le mani infuocate, arse dal legno del manico dell’accetta che brandivo per produrre altro legno. Ricordo i rami a terra, gli arbusti mutilati, la zattera incompiuta.
Ricordo l’acqua del ruscello: rigenerante come la carezza di una madre nel lenire le ferite. Ricordo il cinguettio dei passeri in festa, liberi, muti ma cantori, differentemente dal piccolo e canuto uccelletto chiuso in gabbia che ho da poco riportato dalle Americhe. E’ sopravvissuto ai tre mesi di viaggio, sotto coperta, senza cielo, saltellante sul suo trespolo ondeggiante. Ha visto morire un terzo dell’equipaggio per fame e malattia. Lo presi a Mulberry Street, da un uomo grasso e sporco che da un carretto estraeva ogni sorta di bizzarria. Mi disse che era un uccello sacro per i Lenape, gli abitanti di Manhattan prima degli europei, che era una rarità, che viveva cent’anni ed era in grado di parlare. Me lo offrì per l’orologio d’argento che portavo al taschino, lo portai via per pochi spicci: forse non era poi così sacro. Sarah lo accudisce con l’eleganza infastidita di chi riceve un regalo sgradito e ogni tanto si lamenta di sentirgli pronunciare dei versi che somigliano ad imprecazioni, dice che quel pennuto “potrebbe tranquillamente passare per un’Irlandese”.
La guardo mescolare il tè con estrema delicatezza, per non picchiettare con il cucchiaino la tazzina, per non disturbare. Lei è così, ed ora mi appare nel suo essere profondo. Donna, femmina, madre mancata e sofferente, vogliosa di riscatto, piena di vita ma orribilmente rassegnata ad essa. Sarah è una melodia incompiuta, un’Opera straordinaria ridotta a motivetto da un’orchestra mediocre. E’ una vita consueta. Eppure la sua chioma raccolta mi ricorda una corona da principessa, anzi da regina. Le sue forme tonde e sicure sono un inno al piacere delle carni, il suo intelletto curioso soddisfa lo spirito, è una musa di libertà. E’ “La liberté éclairant le monde” che accoglie le preghiere alle porte della città dei sogni sul fiume Hudson, irta, silente, misteriosa, rassicurante e malinconica: come Venere sull’Olimpo sovrasta Bedloe’s Island. Anche Sarah è un dono, è un sacrificio, è i rami a terra, gli arbusti mutilati, la mia zattera incompiuta.
Riparto melanconico da questo non luogo del tutto. Da questa spaventosa chiarezza, disturbato dal fruscio dell’agave e dalla finestra che sbatte sospinta dall’ultima brezza estiva.
Ritorno al vecchio mondo, al niente, alle Indie che verranno, al primogenito che non giungerà mai, al prossimo arrivederci con Sarah con la speranza segreta nel cuore di entrambi che si tratti di un addio.
 

L'importanza del tempio

Il tempio è un consacrato involucro di rifugio. E’ una tregua, un tramite, una coperta d’infanzia divenuta troppo corta. L’importanza dei templi non risiede nelle divinità che rappresentano o presumono di contenere, se mai fosse possibile contenere un Dio, ma nelle preghiere di chi vi entra.
L’importanza dei templi è soprattutto nelle richieste di perdono. Il perdono implica una presa di coscienza. Il perdono implica una morale. Il perdono chiesto in un tempio implica il riconoscimento di un Dio, di un Salvatore: un Salvatore che ci salvi da noi stessi.
La richiesta di perdono, quando sincera, è la vita che si palesa, la comprensione della volontà di senso che ci tiene uniti, l’uno all’altro, perché il senso è nell’alterità, l’alterità ci permette la comprensione dell’Io. Siamo animali sociali per necessità, per egoismo, per avidità. Il pentimento invece è materia cristallina, pura, trasparente, impermeabile ma pur sempre materia.
I penitenti saranno tutti salvati da Dio che, se realmente tale, non li perdonerà.
 
 
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