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In bloom

Perché se immaginiamo di essere qualcun altro vogliamo salire sul quel fottutto palco come Kurt Cobain e non come Dave Grohl? Mentre tiro la pelle della guancia per radermi davanti allo specchio non posso fare a meno di constatare che sono vecchio. Non vecchio che ti cedono il posto sull’autobus che non ho mai preso e mai prenderò, ma vecchio tipo “mi scusi?! E’ sua l’auto posteggiata sulle strisce?” Oppure, “è il suo turno per l’affettato, io ho il 33, vada hanno chiamato il 32”, o peggio “no guardi non è un problema di comprensione, suo figlio è semplicemente vivace”. Ecco sono diventato vecchio così. Le rughe sul volto non sono proprio rughe, è la pelle che inizia a muoversi verso il basso. Ieri non era così, oggi sì. Bam, un attimo. Eppure mentre mi convinco del fatto che i capelli bianchi mi danno un tono interessante continuo a pensare a Kurt Cobain, anzi, al maglione di Kurt Cobain e capisco che il mondo si divide in due. Quelli che si chiedono “quale maglione?” E forse anche “ma Cobain si scrive Kobain o Cobein? In che anno è morto esattamente? Overdose vero?” E quelli che ne riescono a sentire la consistenza sulla pelle, l’odore di nicotina intriso, il peso di una vita, di un’atmosfera, di un sound e di un evento che non tornerà mai più. A pensarci bene se ti è capitato di vedere un concerto dei Nirvana col cazzo che ti vedi sul palco al posto di Kurt. Ma tu però stai pensando al maglione. Perché diciamola tutta così com’è, l’Unplugged è un’altra roba. Tutto quello che poteva esserci era lì, l’atmosfera, il suono, i brani scelti, lui che fa lui per l’ultima volta. Tutto quello che è venuto dopo, quel poco che poteva essere tanto, non è valso nulla, musicalmente almeno. Il grandioso requiem è stato l’Unplugged. Dopo Kurt era già andato, morto ma qui. Invece dentro quel maglione c’era tutto. L’apice di una vita, di una musica, di un’epoca di un sentimento collettivo. E allora mi viene da pensare che Kurt è morto solo, senza nessuno che potesse fermarlo, senza sapere cosa avrebbe rappresentato per generazioni quel cazzo di maglione. Senza una buona musica. Senza rughe. E’ morto Seattle sound, grunge. E io non lo sono mai stato e non ho mai visto nessuno davvero grunge in vita mia, in carne ed ossa. E forse è meglio così, è meglio che abbia spalmato pezzi di cervello sul muro piuttosto di finire come un Ozzy Osbourne del cazzo qualunque. Ha sigillato il suo mito. Sono le cose che mi fanno credere che ci sia un disegno superiore, un grande manovratore di fili. Ozzy Osbourne vaffanculo, meglio un bel proiettile, bum, anzi “In bloom”. Finito. Sipario.

 

Le gambe di Sharon Stone

- Ma secondo te un selvaggio, uno di quelli che vive immerso nella natura, ammesso che ancora sia possibile, anche se ho letto da qualche parte che dovrebbe esistere qualche sparuto gruppo disperso nelle aree più inaccessibili del pianeta, uno così dicevo, che non sa leggere o scrivere, che non ha mai visto un film d'avventura con i dinosauri che mangiano gli uomini, che non sa nemmeno cosa significhi la parola dinosauro, che non sa cos'è un grattacielo o il Wi-Fi, o peggio non ha mai visto le gambe di Sharon Stone accavallarsi in Basic Instinct e messo in pausa il dvd avvicinandosi allo schermo per esclamare "eh si, le mutande non le porta davvero". Uno che non ha mai letto Jules Verne, che non ha mai osservato per ore "Il giardino delle delizie" di Bosch, che non ha mai sentito, ballato e cantato una canzone rock, che non è mai salito su un'automobile, un treno o un aereo, che non ha mai visto e sentito il concerto dei Queen a Wembley dell'86, chiudendo gli occhi ed immaginando di essere anche solo per un minuto al posto di Freddy Mercury, anzi di essere proprio Freddy Mercury, insomma uno così, che non ha mai fatto l'amore con qualcuno conosciuto poche ore prima, secondo te, una persona così, un uomo così, un ragazzo o bambino che sia, e' in grado di immaginare? Nel senso stretto del termine? È capace di costruire mondi, oggetti, situazioni ed avventure straordinarie? E se ci riesce non credi sia davvero frustrante per lui? Perché non può scriverli intendo. Non li può far crescere e modellare sulla carta intendo. Sono così, come vengono, sembrano storie perfette ma sappiamo non esserlo. Tutto ha bisogno di essere rivisto, riletto, assimilato e corretto.
- Ma che domanda è? Come ti viene in mente una cosa del genere?
- Non lo so mi viene in mente così e basta, perché è importante. Perché mentre te lo chiedo, fissando il muro azzurro pastello della camera da letto illuminato da una lampada comprata da qualcun altro per qualcun altro, mi sento terribilmente solo e vorrei immaginare un'avventura "incontaminata", che non è stata sollecitata da alcuno stimolo, che non so già, anche solo inconsciamente, come andrà a finire. E vorrei sentirmi perso per questo, non per i mostri ed i fantasmi che la popolano ma perché non ho la più pallida idea di cosa accadrà dopo. Riesci a comprendere? Capisci quanto sia importante?
- Tu mi fai sentire così.
- Così come?
- Come l'indigeno di cui parli, incontaminato. Mi fai sentire così come vorresti sentirti tu.
- E come vorrei sentirmi io?
- Che non sai quello che accadrà dopo, tra un minuto come tra dieci anni, ammesso che ci siano altri dieci anni. Io ti amo.
- Anch'io ti amo. Non piangere, perché piangi?
- Perché tu non mi ami, e lo sai. Tu non sei in grado di amare nessuno, neppure te stesso, e sai anche questo, e ti fa impazzire. Ma non preoccuparti, non sto male, piango e basta, piango perché devo, non per te. Piango per me e continuo ad amarti, perché ognuno ha le proprie malattie, e la mia è il nostro amore, anzi il mio amore, il mio amore verso di te, che non ami nessuno. Neppure te stesso. A cosa stai pensando?
- La verità?
- Si.
- Alle gambe si Sharon Stone.
 

Vi spiego perchè ora #jesuischarlie

Premesso che nel gennaio 2015 a seguito dell’attentato nella sede del giornale parigino non riempii la mia pagina di hashtag inneggianti alla mia appartenenza morale ad un giornale che fino a quel momento non avevo mai sentito nominare (e non lo dico per vantarmi, anzi tutt'altro), premesso anche che la vignetta appena pubblicata sul terremoto in Italia non mi fa ridere, non mi fa riflettere, non mi fa arrabbiare, ma mi fa soltanto schifo, e questo è gravissimo, poiché sono la persona che conosco con il più elevato senso dell’umorismo, a cui fanno ridere di gusto la maggior parte delle battute politically scorrect, (si, lo so che non si dice e che scorrect non esiste in inglese anche se l’ho googlato per essere sicuro, ma l’ho scritto proprio per farvi capire quanto sono simpatico quando mi ci metto), premesso tutto questo dicevo, questa volta mi viene voglia di tempestarvi di #jesuischarlie.

E si signori miei, vogliamo la libertà d’espressione? Vogliamo che i nostri figli alla tenera età di dodici anni ci dicano “non mi rompere il cazzo” e poterne addossare la colpa alla scuola e al “sistema” (non quello del superenalotto)? Vogliamo che Mario Adinolfi, ex deputato, ex blogger, ex sostenitore delle unioni gay, ex marito e ora risposato nella Santa Chiesa Cosmopolitan Hotel di Las Vegas tra una partita di Poker e l’altra di cui è giocatore, non credo ex, professionista, ci parli di rassegna stampa e Vangelo tutte le mattine su face book sotto il simbolo del partito-movimento da lui fondato “Popolo della Famiglia”? Il quale forse esprimerà solidarietà con le mie posizioni perchè nonostante sia diventato un fondamentalista cristiano rimane, credo, uno strenuo sostenitore della libertà di pensiero ed espressione.  Ebbene vogliamo poter buttare la mozzarella scaduta senza toglierla dal suo involucro di plastica nel sacco dell’umido “tanto alla fine sappiamo che scaricano tutto insieme”? Vogliamo rivendicare la libertà di fare battute su Maometto, Gesù Cristo o qualsiasi supereroe della Marvel? Vogliamo questa straordinaria vita in cui tutti possono riempire e riempirsi di parole, immagini di dubbio gusto e utilità, dove tutto quello che viene trasmesso, digitato e “postato” ha costruito una sorta di coscienza comune di cui sono testimonianza le espressioni “il web pensa che”, “il trend topic è”? In cui si dimentica che commentare #sticazzi alla notizia dell’ultimo vertice  italo-franco-tedesco non significa essersene fatti un’opinione sui contenuti?

Vogliamo questa libertà di pensiero e parola? Proprio questa intendo. Esatto, quella delle condivisioni delle immagini dei barconi con sotto la pioggia di commenti  “che stiano a casa loro questi negri del cazzo, spariamogli con le portaerei”. E non pensare che non ti riguardi perché questa roba qui sei anche tu. Perché se non l’hai detto almeno una volta, naturalmente scherzando, lo sappiamo che tu non lo pensi davvero, sicuramente l’ha detto il tuo vicino di casa, il tuo amico da una vita che sì è un po’ razzista ma in fondo non è cattivo, il tuo compagno di calcetto che vedi due volte a settimana per cui non si può considerare prorpio un amico vero, oppure lo dice tuo padre o tuo nonno che è tanto buono, ha fatto anche la guerra, solo che non ha potuto studiare poverino non si può pretendere, non è colpa sua.

Poverino un cazzo, tu, tuo nonno ed io: #jesuischarlie .




 

Germogli d'autunno


Dov'è finito
tutto il tempo?
Su quella panchina,
che ci invecchiava
piano,
una promessa
un bacio alla volta,
una bugia
dopo l'altra.
Il primo crepitio delle foglie,
un sole tiepido
le tue gote rosse,
le mani gelide,
tremanti le dita
scoprivano l'amore:
germogli d'autunno.
 

Senza salutarmi

Ho pensato alle vite giocate nei bar, anzi nel bar, perchè quelle vite ne scelgono uno, dopo averne bevuti tanti. Ne scelgono uno dove sedersi a rigurgitare bestemmie e mangiare sigarette, una dopo l'altra, che non si posso e non si devono più contare. Ho pensato a quelle vite appese a carte consumate da mani ruvide e veloci nel contare i punti, nello spostare il bicchiere per scriverli su piccoli fogli di carta già usata per segnare altri punti. Ho pensato alle vite lente divorate dai rumori della fabbrica, passate a respirare ruggine e a sciogliersi gli occhi, a quelle vite con i polpastrelli opachi di lavoro fatto per altri, per costruire sogni di altri, perchè tutte le cose che abbiamo si costruiscono. Ho pensato alle vite di pelle bruciata dal sole e dalla libertà, che riempie i polmoni di mare e malinconia, le mani di cartoline mai spedite e le scarpe di pezzi di paesaggio e pioggia. Ho pensato alla vita di mio nonno, passata senza mai un acuto, a mangiare sempre tutto quel poco che c'era nel piatto e ad intingere il pane nel vino dentro il bicchiere, asciugandosi le labbra sottili, le mie, con un tovagliolo bianco dai bordi marroni e a ringraziare sempre perchè era tutto buonissimo, fino all'ultimo pasto, un pranzo, prima di andarsene senza dire una parola, nel sonno, senza salutarmi con la mano gigante sopra la testa. Ho pensato alla sua vita silenziosa fatta di domeniche in fondo alla chiesa, appoggiato all'ultima colonna, vicino all'uscita, vicino a me che a mia volta mi appoggiavo a lui per sentire il suo profumo mescolato a quello dei vestiti della domenica, a far finta insieme di essere lì per Dio. Ho pensato a tutte queste vite che non sono la mia, a tutte quelle che ho respirato e sfiorato con le dita e a tutte quelle che ho provato, o forse no, ad essere senza riuscirci. Ho pensato che con la testa dentro il cuscino devo aggapparmi a questi pensieri, tenerli stretti come una preda che tenta di fuggire, che si aggrappa a sua volta al predatore, che lotta per scappare, che lotta per vivere o morire alla svelta.
 

Il gesto di Dio


I gesti sono importanti. Più delle azioni i gesti. Il picchiettare del dito sul volante per assecondare il tempo di una canzone che anche se cantata a mente suona stonata, perché non è tua, e' di chi te la cantava, picchiettando allo stesso modo quel dito. Spostare un oggetto dal tavolo con le stesse movenze che hai sempre visto in lui e credevi solo sue. Fermare una porta con il piede perché hai le mani impegnate rendendoti conto di aver fatto anche la medesima espressione del viso. I gesti sono importanti, importantissimi mentre ti radi il volto e con una mano tiri verso l'alto la pelle della guancia e segui con la coda dell'occhio la punta scintillante della lametta che affonda nella schiuma bianca, stesa precedentemente con la mano destra. Non come fanno tutti, ma come fa lui. I gesti sono importanti, importanti perché ti permettono di arricciare leggermente il naso per inalare più aria mentre tenti di non sbattere gli occhi, mentre riesci a non piangere mai, neppure quando si dovrebbe, neppure quando sei solo. I gesti sono importanti, perché te li senti addosso, in quel sorriso tirato ma ampio, con gli occhi del suo stesso colore e della sua stessa luce, mentre ti chiedono come va e rispondi bene, sempre. I gesti, i gesti, i gesti che sono impercettibili azioni che raccontano infinite storie di passato e di sangue che si è rovesciato da un vaso all'altro, da un corpo all'atro, mescolandosi ad altri ma senza mai miscelarsi appieno, con il preciso scopo di mantenere intatti quei gesti, quei gesti importanti, quell'eredita', così ingombrante, così rassicurante. I gesti li porta il sangue, li trascina per ogni centimetro del tuo corpo e del suo e saranno sempre lì, pronti per il corpo che verrà, che sarà la tua porta verso l'infinito, verso l'immortalità. Aspetteranno tuo figlio e vi si aggrapperanno come hanno fatto con te, che pensavi di averne solo di tuoi, come hanno fatto con chi quei gesti te li ha rovesciati dentro perché li ha ricevuti a sua volta. E così a ritroso, in una catena di gesti e di sangue infinita, che mescola ma non miscela, che spaventa ma rassicura, che mantiene quel primo gesto, quel primo sangue che lo conteneva. Perché i gesti li porta il sangue e nel sangue, da qualche parte c'è il primo gesto. Il gesto di Dio.
 

Insonnia, oceani e forse un'isola



Spesso mi capita di non riuscire a dormire. Bugia: non mi capita spesso, soffro d'insonnia, insonnia e gastrite, mi succede sempre. Non dormo mai. Quando non dormire diventa una regola hai due strade: impazzire al ritmo di tic isterici e calmanti di varia natura, oppure usare l'insonnia a tuo vantaggio. Come? Cercando di guidare la follia dei pensieri notturni verso sentieri di piacere. Arrivare a quei pensieri e' un percorso torbido, fatto di te stesso e di altri. Bugia due. Gli altri sono una, Lei.
Averla accanto e' già qualcosa, ti permette di osservarla, scrutare la sua pace, il suo essere la tua consapevolezza, il profilo del viso su cui ami far scivolare gli occhi quasi cechi nell'oscurità della stanza. In una parola, Lei.
Senza Lei è ancora più difficile, il volo diventa ampio ed in mezzo c'e' sempre un oceano, si un oceano, un cazzo di maledetto oceano. Le travi del soffitto sono tredici, il lenzuolo e' ruvido al tatto e la coperta pesa e tira sulle punte dei piedi, in fondo, dove pensandoci bene ho messo la testa solo una volta, mentre facevo l'amore. Mentre facevo l'amore con Lei. Lei che la mattina si stropiccia gli occhi e mi guarda tenendoli socchiusi. Scivola con la testa sul cuscino e la infila sotto il mio braccio, appoggia la guancia e l'orecchio destro sul mio cuore, lo sente battere, credo, immagino, mi piace pensare. Lo sente battere per qualcosa, per uno scopo, per Lei. Si, Lei dorme a sinistra, io a destra, vicino alla porta, la porta per andare in bagno. Perché soffro d'insonnia, d'insonnia e gastrite, per cui la notte vado al bagno, accendo la luce dello specchio e mi guardo, dritto negli occhi, finché quello che sta dall'altra parte mi costringe a smettere. Poi torno a letto. Questo è il cazzo d'oceano da attraversare tutte le notti, Lei è l'isola deserta, quella che se sei fortunato ti salva durante il naufragio. Lei è l'isola deserta che non c'è sulle mappe. Io soffro d'insonnia, d'insonnia e gastrite e anche sta notte mi toccherà navigare e guardarmi negli occhi.



 

Il Tempo è curvo


Fermo in un punto. Le cose si accumulano su loro stesse: come il tempo, secondi, minuti, ore aggrovigliate insieme, una sopra l'altra, tutto intorno. Così alle sue spalle, così di fronte. Cambiano solo le sue mani, i suoi capelli, la sua faccia. Il resto non cambia: segue il suo mutare, si adatta a lui. È in continuo divenire statico. È un presepe e lui è Dio. Un Dio decaduto, un Dio stanco, senza ragione, collera o misericordia. È un Dio peccaminoso che odia, soprattutto i buoni:  si, i buoni lo irritano più di ogni altra cosa. Aprendo le braccia come due ali non vola più, si limita a girare su se stesso, sempre più veloce. Riesce allora a vedere la sua vita con chiarezza, vede Ieri, Domani, si illude persino di percepire la presenza di Per Sempre che non esiste, vede nitidamente Mai. Lo circondano vorticosamente tutti: lo seguono, lo sostengono, lo soffocano, lo rassicurano. Le stanze della vita sono tutte di fronte a lui; le porte socchiuse, la luce accesa all'interno. Gli attimi vissuti diventano tutt'uno con il presente, si toccano tra loro, come i polpastrelli di indice e pollice di una mano, quando si chiudono a formare un ovale. Ecco, quello è il suo tempo: curvo. Lo spazio all'interno e' l'Infinito, con le sue infinite possibilità, paradossalmente limitate dal tempo.

(Personale interpretazione della Teoria quantistica dei campi nello spazio-tempo curvo)

 

La legge del contrappasso



  • - Sei qui per te?
Cazzo no! Penso con la spavalderia di chi si sente eternamente giovane, quindi immune a tutto.
  • - No, per mio nonno.
Siamo in urologia, circondati da uomini che deambulano per i corridoi con un gonnellino bianco e un catetere che penzola da sotto, collegato ad una sacca trasparente che tengono in mano, piena di sangue e piscio e tu mi chiedi se sono qui per me? No cazzo che non sono qui per me! Sono l’unico con i pantaloni, con in mano un pacchetto di sigarette, con la faccia di chi non ha un tubo infilato nel pene. Direi che i segnali sono molti per capire che non sono qui per me.
  • - Niente di grave spero?!?. Dice con quel tono tra domanda e sentenza di morte.
Penso: ma a me chi me l’ha fatto fare di salutarti? Si e no ti ho vista al liceo di sfuggita a qualche assemblea, avremmo parlato più o meno due volte, l’unica cosa che mi ricordo è che si vociferava sul fatto che fossi lesbica. Ecco perché ti ho salutato, ecco perché mi sono ricordato del tuo viso comune. Sei lesbica! Insomma così dicevano, quindi dev’essere per forza vero…
  • - No, fortunatamente niente di grave, giusto un tagliando dovuto all’età.
Sorrido amabile con l’espressione di Rocco Siffredi quando racconta una barzelletta sulle monache di clausura. Non ride. Lesbica di merda. Rovini tutte le mie fantasie sulle lesbiche. Quelle bionde procaci, con i seni grossi che si avvinghiano tra loro nel fango. Va bene penso, saranno tutti questi uccelli al vento per cui è scattata una sorta di auto difesa meschina e maschilista. Adoro giustificare il me stesso cattivo, dargli delle attenuanti. In fondo sono sempre io.
Visto che non ride aggiungo:
  • - Tu come stai? Non sapevo fossi diventata medico. È un bel po’ che non ci vediamo. Chi l’avrebbe mai detto?
  • - Chi l’avrebbe mai detto cosa?. Fa lei.
  • - Di trovare una lesbica in mezzo ad un mare di cazzi! La “legge del contrappasso” ricordi? Dante, l’abbiamo studiato al liceo, oppure Innocenzo III nel “De Contemptu Mundi”, spiegando la caduta di Sodoma e Gomorra: “Perciò il Signore riversò una pioggia da sé, non pioggia d’acqua o di rugiada ma di zolfo e di fuoco, zolfo sul fetore della lussuria, fuoco sull’ardore della libidine, affinché la pena fosse il contrappasso della colpa”. Mi atteggio e faccio il grosso con la cultura. Dei discreti studi combinati ad una brutta giornata sono più pericolosi di Bin Laden su un autobus pieno di suore cristiane ortodosse.
Questo in un mondo magico e giusto, governato dal bene supremo in cui ogni uomo dispone di spavalderia e arroganza a proprio piacere, in cui lesbiche avvenenti copulano agli angoli delle strade e non esistono raschiamenti della prostata dovuti all’età né uomini in gonnella davanti alla macchina del caffè con in mano le oro urine insanguinate.
  • - Nel senso che chi l’avrebbe mai detto di ritrovarci qui. Insomma non è il luogo più allegro per incontrarsi…
  • - Bhu si, ma poi ci sia abitua a tutto. Forse ci vorrebbe una tinteggiata alla pareti con un colore più allegro.
Cara la mia lesbica frustrata, lo so io cosa ci vorrebbe a te! Tuona ancora la parte peggiore di me di cui non finisco mai di compiacermi.
In un mondo privo di tragedie, lutti, razzismo, lotte per la libertà sessuale potrei pure esternare liberamente questi pensieri senza essere frainteso e preso per mostro. Si ma in un mondo fatato le lesbiche che lottano nel fango non esisterebbero, sbotta ancora il mio Super io malvagio. Saresti disposto a rinunciare alla tua immagine delle lesbiche per la pace nel mondo?. Ha ragione lui. Mi vengono in mente i Griffin e tutte le battute sulle minoranze a cui ho riso, a cui non si può non ridere. Cazzo però non sono un mostro! Non farei mai del male a nessuno, sono per la libertà di pensiero e sessuale, se mio figlio mi dicesse di essere gay penserei: beh meglio gay che juventino, insomma sono uno apposto, non sono perfetto ma ragionevolmente perfettibile si. Perché allora mi accanisco con i pensieri sulle preferenze sessuali di questa quasi sconosciuta? Meglio tagliare mi dico, oggi il mio Lato Oscuro si è svegliato più in forma del solito.
  • - E si hai ragione, magari un bel verde speranza. Speranza di non capitare spesso da queste parti. Ora ti saluto perché devo proprio andare, mi scade il ticket del parcheggio. Ci vediamo eh!
  • - Mi ha fatto piacere-. Dice lei. – Stammi bene!. – Chiosa la stronza.
Immagino che ti abbia fatto piacere penso io, come una colica in piena notte mentre sognavi di limonare con Kate Perry. E complimentandomi per la sagacia meschina del mio lato malefico mi volto e delicatamente infilo una mano in tasca per sfiorare e tastare i testicoli, quel tanto che basta per esorcizzare l’ultimo anatema, (Stammi bene!), lanciato dalla stronza.
- - Se
 

Mi ascolto pensare...



...per sentire se passa qualcosa di buono. Mi sento così scollegato, così lontano dal posto in cui volevo andare che quasi non ricordo dov’è. Accarezzo i tasti sperando che parlino, guardo la sigaretta danzare sopra i tasti p-l-i-n-o della parola “parlino” appunto, perché la tengo con la destra e il fumo mi va in faccia, ogni tanto, quando schiaccio il tasto spazio e il primo “quasi freddo” di settembre visita la terrazza.
Mi blocco perché non mi sento più pensare.
Oggi ho pensato a mio nonno, mentre guidavo, passando davanti al centro commerciale, per ritirare le camice lavate e stirate, domani non saprò quale mettere ma sicuramente ne metterò una a righe. Ho tutte le camice a righe. Io odio le camice a quadretti, mi fanno miseria, mi indispongono. Odio anche quelle a righe, ma meno. Quando mi guardo allo specchio le righe mi disturbano.
Davanti allo specchio guardava la profondità del corridoio alle sue spalle. Le sedie appoggiate ai muri separate un metro l’una dall’altra, quasi fossero servite mai a far sedere qualcuno. I quadri pesanti appiccicati alle pareti ritraevano scene di battaglia, di un tempo dove si moriva guardando in faccia chi ti uccideva. Poi c’era lui, davanti a tutto questo, davanti allo specchio, con il suo completo scuro e la camicia a righe, senza cravatta, con i polsini slacciati sotto la giacca, questo era un vezzo di cui riusciva persino a compiacersi a volte, quando ancora riusciva ad ascoltarsi.
- Ha un appuntamento?
- Antonio Mareschi, alle 16.00
- Certo si accomodi pure, tra qualche minuto il Dottore dovrebbe liberarsi
- Attendo in piedi

Guardava le gambe della segretaria sotto il tavolo. Le caviglie né troppo fini né troppo grosse, sufficientemente erotiche pensò, forse ingannato dalla prospettiva e dalla velocità con cui le aveva osservate.
L’avrebbe voluta invitare a cena, così senza conoscerla, se era sposta non portava la fede e se era fidanzata non era sposata. L’avrebbe voluta invitare a cena, senza offenderla sembrando sfacciato, chiedendole di indossare quel vestito, quelle scarpe e con quell’acconciatura. Non era bella, le piaceva così, in quegli abiti ed in quel momento. L’avrebbe voluta invitare a cena alle 15.58, portando con se quel momento, quelle caviglie, quel pensiero.
Chi sa se capita anche agli Altri. Se lo chiedeva spesso. Chi sa se anche gli Altri provavano interesse per un preciso momento, per un preciso istante della vita di qualcun’Altro. Non gli interessava il resto, non cercava l’amore. Voleva rubarle la bellezza di quell’istante. L’impulso di quel frammento.
 

La vita accanto: altrove.


Adagiato al buio, sulla poltrona marrone, di pelle, quasi comoda. Osservo la tempesta dorata nell'aria, sorseggio fredda acqua di diamante in calice, per ricordarmi quanto e' preziosa. Fuori succede di tutto, non cade una goccia. Dalla porta a vetri spalancata irrompe gelida aria celeste, spinta da lontano, soffiata da un altro dio, quello che non e' con me, che mi aspetta, che mi tormenta. Vedo l'incanto di luci che disegnano nubi intermittenti, fluttuanti, sempre rinnovate. Il riflesso del bagliore dalla mia porzione di cielo mi parla di uno spettacolo meraviglioso poco distante, dietro l'angolo, dietro la finestra accanto, chiusa. Adagiato sulla poltrona con il cuore avido, riposo gli occhi nel buio. Ancora una volta la vita accade altrove. Dietro una finestra chiusa: dietro l'angolo.
 

Interior al aire libre

Il tempo si arrotola negli invisibili e leggerissimi vortici d’aria che invadono il porticato. E’ il tempo perfetto. Lo scorrere percepito, individuabile, governabile: il tutto.
Rallento il respiro, assaporando in bocca il dolce profumo di rosa mescolato a note di mimosa. Intravedo nell’ampolla che contiene il fresco bouquet gli steli recisi. Li sento dolere, li percepisco tra le dita. Attenuano con la loro lacrima di linfa, che scorrere già tra i polpastrelli, la pressione che esercito sui braccioli del dondolo. Pressione, equilibrio. Equilibrio, immobilità dinamica. Immobilità dinamica, obbiettivo. Obbiettivo, vita.
Il legno preme sui palmi privi di calli che sento infuocarsi per chiedere un cambio di posizione. Desisto dal concedermi il consueto accontentare il corpo.
Ripenso all’accetta che da bambino rubai nel capanno della servitù, e trascinandola fino al ruscello iniziai ad abbattere i piccoli arbusti circostanti. Ero Tom Sawyer: mi mancava la zattera. Con scoordinata fatica colpivo la natura quieta di una tarda mattina primaverile, ed essa quieta, moriva inerme vittima dei miei sogni. Ricordo le mani infuocate, arse dal legno del manico dell’accetta che brandivo per produrre altro legno. Ricordo i rami a terra, gli arbusti mutilati, la zattera incompiuta.
Ricordo l’acqua del ruscello: rigenerante come la carezza di una madre nel lenire le ferite. Ricordo il cinguettio dei passeri in festa, liberi, muti ma cantori, differentemente dal piccolo e canuto uccelletto chiuso in gabbia che ho da poco riportato dalle Americhe. E’ sopravvissuto ai tre mesi di viaggio, sotto coperta, senza cielo, saltellante sul suo trespolo ondeggiante. Ha visto morire un terzo dell’equipaggio per fame e malattia. Lo presi a Mulberry Street, da un uomo grasso e sporco che da un carretto estraeva ogni sorta di bizzarria. Mi disse che era un uccello sacro per i Lenape, gli abitanti di Manhattan prima degli europei, che era una rarità, che viveva cent’anni ed era in grado di parlare. Me lo offrì per l’orologio d’argento che portavo al taschino, lo portai via per pochi spicci: forse non era poi così sacro. Sarah lo accudisce con l’eleganza infastidita di chi riceve un regalo sgradito e ogni tanto si lamenta di sentirgli pronunciare dei versi che somigliano ad imprecazioni, dice che quel pennuto “potrebbe tranquillamente passare per un’Irlandese”.
La guardo mescolare il tè con estrema delicatezza, per non picchiettare con il cucchiaino la tazzina, per non disturbare. Lei è così, ed ora mi appare nel suo essere profondo. Donna, femmina, madre mancata e sofferente, vogliosa di riscatto, piena di vita ma orribilmente rassegnata ad essa. Sarah è una melodia incompiuta, un’Opera straordinaria ridotta a motivetto da un’orchestra mediocre. E’ una vita consueta. Eppure la sua chioma raccolta mi ricorda una corona da principessa, anzi da regina. Le sue forme tonde e sicure sono un inno al piacere delle carni, il suo intelletto curioso soddisfa lo spirito, è una musa di libertà. E’ “La liberté éclairant le monde” che accoglie le preghiere alle porte della città dei sogni sul fiume Hudson, irta, silente, misteriosa, rassicurante e malinconica: come Venere sull’Olimpo sovrasta Bedloe’s Island. Anche Sarah è un dono, è un sacrificio, è i rami a terra, gli arbusti mutilati, la mia zattera incompiuta.
Riparto melanconico da questo non luogo del tutto. Da questa spaventosa chiarezza, disturbato dal fruscio dell’agave e dalla finestra che sbatte sospinta dall’ultima brezza estiva.
Ritorno al vecchio mondo, al niente, alle Indie che verranno, al primogenito che non giungerà mai, al prossimo arrivederci con Sarah con la speranza segreta nel cuore di entrambi che si tratti di un addio.
 

L'importanza del tempio

Il tempio è un consacrato involucro di rifugio. E’ una tregua, un tramite, una coperta d’infanzia divenuta troppo corta. L’importanza dei templi non risiede nelle divinità che rappresentano o presumono di contenere, se mai fosse possibile contenere un Dio, ma nelle preghiere di chi vi entra.
L’importanza dei templi è soprattutto nelle richieste di perdono. Il perdono implica una presa di coscienza. Il perdono implica una morale. Il perdono chiesto in un tempio implica il riconoscimento di un Dio, di un Salvatore: un Salvatore che ci salvi da noi stessi.
La richiesta di perdono, quando sincera, è la vita che si palesa, la comprensione della volontà di senso che ci tiene uniti, l’uno all’altro, perché il senso è nell’alterità, l’alterità ci permette la comprensione dell’Io. Siamo animali sociali per necessità, per egoismo, per avidità. Il pentimento invece è materia cristallina, pura, trasparente, impermeabile ma pur sempre materia.
I penitenti saranno tutti salvati da Dio che, se realmente tale, non li perdonerà.
 

Il tempo esatto


01.09, i numeri che regolano il tempo racchiudono significato.
1.10, rimango in attesa.
1.11, niente.
1.12, la follia sarebbe non provaci. Non provare a scardinare l’ordine del tempo. Ogni cambiamento è tale perché scuote irreparabilmente l’ordine stabilito dai numeri. La poesia è nella perfezione dei numeri o nel prendersi gioco di loro.
1.13, 2+2= 4, questo è il tempo che ci accoglie e ci imprigiona. 2+2=4, ci conforta come una madre protettiva dalla quale pare impossibile liberarsi.

Molto tempo fa, non ricordo il tempo esatto.

Sono
di ciò che ero,
e sarò
ancor d’ esso,
credo
in questo processo,
masochista e consolante.

Ora, tempo esatto: 01.21

Respiro,
aria e asfalto
si mescolano al silenzio
di un balcone aperto.
La notte profumata racconta
suoni di vite,
immagine singola.

Bisogna provarci. Devo provarci. Dobbiamo provarci. Poesie.
 

Vento immobile

Il tempo, questo tempo, è come una prigione beffarda. Una cella stretta e lunga con una piccola finestrella ferrata dalla quale entra luce fioca di giornate senza stagioni, senza orari: luce, buio.
Rimango a guardare la finestrella nella speranza di veder passare per un istante qualcosa: una nuvola, un gabbiano , la scia di un aereo. Rimango lì, guardando tra le inferriate la mia porzione di mondo distorto e compresso. Rimango lì, dando le spalle alla pesante porta spalancata della mia galera, percependo l’aria fresca che prepotentemente mi accarezza.
Rimango lì, codardo, immaginando il mondo che vorrei.
 

Notturno

Ho sognato di fare due passi con il mio passato, passando attraverso i pensieri o scegliendoli col setaccio.
Senza una logica, almeno apparente, perché il flusso pare incontrollato e le associazioni impossibili da ricostruire dopo pochi istanti.
Capita così che il tempo trascorra, con tutta questa vita dentro, senza logica, e quella fuori che di logica pare averne ancor meno.
Il futuro dovrebbe essere la sintesi, di ciò che il flusso dice e di ciò che la vita fa intravedere: dovrebbe appunto.
 

Stanze

Guida piano e composto la sua Jaguar. Stringe il volante in pelle con la mano sinistra e il cambio in acciaio con la destra: caldo, freddo. Fuori si gela, dentro si respira la stessa aria che c’è fuori ma scaldata dai tubi che corrono vicino al motore. La radio suona per sé.

E’ teso. Molto teso. La decisione è presa e non tornerà indietro.

Apre la porta blindata con la chiave lunga, quella che ha sempre odiato perché non sta in nessun pantalone. Appoggia la The Bridge a terra, vicino allo spiraglio delle luci neon a pavimento costate 1.352 euro. Ricorda ancora la fattura. Le ha volute lui perché gli piacevano con il pavimento bianco, lo stesso che aveva visto su AD. Sfilandosi il Moncler sente cadere un bottone della giacca a terra, è il secondo della manica destra, lo sa, non ha bisogno di guardare, era da qualche giorno che pendeva tenuto su da un niente. Lo lascia lì a terra: staccato.

- Ciao tesoro.

- Dobbiamo parlare.

E dicendolo si siede su uno dei due sgabelli che hanno voluto di contorno alla penisola della cucina. Stupenda. La cucina è nera. Stupenda. Unisce design, funzionalità e robustezza. Stupenda.

- Certo. E’ successo qualcosa al lavoro?

Mentre lo dice però non lo guarda. Continua a tritare le verdure dandogli la schiena. Vicino ai lavelli quadrati. Stupendi.

- Smettila, dobbiamo parlare. Ascoltami.

Aggancia le gambe allo sgabello, tiene la schiena dritta e allunga una mano fin sopra la testa bionda del bambino dentro il seggiolone Foppapedretti agganciato alla penisola. Stupenda. Lo accarezza una volta. Gioca con qualcosa, è impegnato.

- E’ finita. Non c’è molto da dire. Non ti amo più.

Le guarda i capelli castani perfetti che cadono sulle spalle. Il corpo da ginnasta fasciato nel vestito “fumo di Londra” che le ha regalato lo scorso fine settimana. Non ha mai visto nessuna donna così elegante cucinare, così composta. Lei lo è sempre stata: era un pregio, era motivo di fascino, se l’era immaginata così fin da ragazzo. Era.

La osserva. Lei continua nel suo lavoro. Non dice nulla. Si volta appena per prendere dell’altra verdura dal lavello. Scopre il profilo, il mento leggermente a punta che vorrebbe ritoccare dal chirurgo.

La guarda e si rende conto di quanto l’abbia amata, desiderata e vissuta.

Forse sta per avere un’erezione.

- Non dici niente?

- Cosa vuoi che dica? Cosa vuoi sentirmi dire? Che strada vuoi che prenda la storia che stai scrivendo? Come te l’eri immaginata?

Lui ascolta le sue parole. L’ha sempre ascoltata. E’ per questo che per così a lungo sono stati uno. Si accorge del leggero tremolio che le prende l’estremità destra del labbro inferiore quando è nervosa. Pensa a lei come ad una statua. Perfetta, stupenda. Una statua che trema, viva. Trema impercettibilmente. Lui sarebbe disposto a morire se la dignità di lei fosse in pericolo.

Ama la sua intelligenza. Lei sa già tutto. Sa che non ci sono motivi. Sa che è lei la più forte, o almeno che è quello il compito che le è stato dato e che non ha rifiutato. Sa che è grazie a lei che è diventato e sarà, anche senza di lei, Lui.



(La mente umana è un vortice buio nel cui abisso si intravede una luce fioca. Quella luce è una promessa. Non “La Promessa” ma “una promessa”, perché è di tutti).



Allora lui continua. Assolve il compito che si è dato. Che donna straordinaria pensa.

- Non ti amo più e basta. Non ci sono motivi. Non ci sono donne, non ci sono perché. Non ti amo e ho paura. Ho paura e scappo. Ho paura che mi manchi la parola ancora. Ti guardo. Guardo tutto questo e mi sono stufato. Mi manca l’aria. Si adesso. Non prima, mi manca l’aria adesso.

Nostro figlio non lo voglio. Non lo amo. Non mi interessa cosa sarà da grande, chi sarà. E’ una persona che non mi interessa e non mi interessano gli scompensi che potrà avere per la mancanza di un padre. Non lo voglio e basta. Non vi voglio. Non voglio più nulla che sia tutto questo e non mi dispiace.

Non sento il bisogno di chiedere scusa a nessuno.

….

Non voglio morire così. Non voglio morire dopo una vita così. Così. Così. Così. Così come si dovrebbe.

Lo so che capisci. Capisci perché eravamo noi. Capisci perché ti ho portata dentro di me. Ti ho fatto guardare. Eravamo uno. Capisci perché eravamo. Plurale, plurale, plurale! Plurale! Plurale! Plurale! Plurale! Plurale per indicare uno! Uno! Capisci!

Non vi mancherà nulla.

Si alza dallo sgabello. Lei posa il coltello, sciacqua le mani e si volta. E’ proprio come l’aveva sempre sognata. E’ lei e non sarebbe potuta essere nessun’altra.

- Vattene!

…

…

Vai, non perdere tempo.

La guarda per qualche istante. Cerca una risposta ad una qualsiasi domanda. Rimane in piedi di fronte alla statua. Fissandola. Stupenda.

Va verso l’ingresso senza curarsi del bambino. Rinfila il cappotto. Lascia la valigetta lì dov’è, prende le chiavi dell’auto. Esce.

Nel silenzio dell’ampio ascensore pensa al suo bottone: per terra, in mezzo ad un corridoio bianco illuminato con delle luci a neon. Solo.


 

Io almeno esisto

Persone. Sono solo persone. Straordinariamente solo persone.
Quando uccido qualcuno mi piace strappargli la vita, nel senso che adoro guardare il prescelto mentre tenta disperatamente di ribellarsi all'inevitabile. Gli occhi inniettati di vita come non lo sono mai stati supplicano l'inottenibile: una grazia che non concederà nessuno, un Dio che non conoscono, me, che sono il vero Dio, l'unico misericordioso che ha scelto per loro e come il primo dei giusti non e' mai tornato sui propri passi. Perche' le preghiere, le suppliche, i bisbigli notturni con la bocca coperta dalle lenzuola, non sono altro che la codardia dell'uomo di fronte a se stesso. Dio, quello che pregano loro, quello che non risponde mai, non e' altro che una decisione delegata a qualcun'altro,una fuga di fronte al senso.
Giustizia: questo sono io.
Li scanno come maiali. Mentre sono ancora anestetizzati fisso braccia e gambe con delle corde appese al muro in modo che stiano ben divaricate, al loro risveglio la prima cosa che vedono e' il carrello con gli strumenti che mi permetteranno di liberare la loro anima: un coltello affilato con lama seghettata da trentotto cm, un martello da tre chili, una cesoia e un filo da pesca. La maggior parte di loro a questo punto e' già scoppiata in un pianto disperato e inizia una litania di patetiche suppliche: adoro queste persone, sono quelle che piu' necessitano della mia misericordia. Impareranno il valore della vita perdendola.
Più cattivo di me c'e' solo il loro Dio: io almeno esisto.
 

Terra di mezzo

Della querelle tra il resuscitato “Il Giornale” e “Avvenire” senza dubbio ne potrebbero trarre vantaggio tutti, questa volta sembra incredibile a dirsi, ma potrebbero vincere anche i cittadini.

In che modo? Semplice, scegliendo di stare dalla parte giusta: e qui viene il bello.

L’homo italicus preferirà infatti rifugiarsi tra il ventoso colonnato vaticano o si ribellerà in difesa del voyeurismo mediatico dilagante?

Se da una parte troverebbe conforto nei familiari, per quanto ormai poco praticati, precetti cristiani, dall’altra avrebbe finalmente l’occasione di spazzare con un ultimo colpo di spugna anche i più antichi pudori, lasciati fino ad ora lì a traballare, un po’ per reale rispetto un po’ per timore.

Caro italiano, abbi fede! Fede in te stesso! Hai dalla tua i numeri: 7.915.000 spettatori televisivi durante la proclamazione del vincitore del Grande Fratello 9 contro gli “appena” 2.121.000 in occasione della Santa Messa tenuta a San Giovanni Rotondo lo scorso 16 giugno dal Santo Padre.

Insomma sig. Italiano, sentiti libero di scegliere, ma si coerente!

Redimiti e smetti di versare ogni domenica 1 € nel cestino delle elemosine e tonnellate di testosterone il pomeriggio di fronte al televisore, scegli una delle due e attacca chi fa la morale solo quando è toccato nell’intimo, sii migliore di molti dei tuoi precettori!

Oppure togli la maschera del buon cristiano per non offendere chi davvero lo è, sii figlio solo dei tempi e prendi tutto, arraffa a più non posso a destra e a sinistra, (da questa parte fai attenzione nelle scorribande, potresti imbatterti nel “Gran Maestro protettore del Tempio” San Travaglio, il più Giusto dei Giusti, pronto a bacchettarti dall’alto del suo colle immacolato), cancella morale collettiva, spiritualità e pudore, sii per una volta fondamentalista in qualcosa, fosse anche del niente!

Insomma Italiano, hai finalmente l’occasione di ribellarti come mai prima, le carte sono tutte scoperte: informazione, politica, fede. Italiano! Facciamo la Rivoluzione! Cambiamo faccia al Paese, trasformiamolo in un feudo Vaticano, abbandoniamo i falsi miti di ricchezza e piacere, salpiamo da questa “terra di mezzo”, (mezzo moralismo, mezzo piacere, mezza fede), strappiamo dalle pagine di grammatica i verbi condizionali e votiamoci all’indicativo!

Oppure togliamo l’insegna sbiadita “Bel Paese” in favore di quella luminosa “Il Paese dei Balocchi”, facciamo carta straccia delle leggi Merlin e sulla privacy, sostituiamo in ogni pubblica piazza le statue marmoree con donnine e bell’imbusti in carne ed ossa, costruiamo palazzi interamente di vetro uno di fronte all’altro e andiamoci a vivere! Saremo liberi, sapremo tutto, avremo sempre qualcosa da fissare, finalmente guarderemo solo fuori!

Dai piccolo grande uomo italico non perdere “l’ Occasione”! Non rimanere a centro strada, dipende da te! Tutti gli interpreti in gioco purtroppo, per quanto tengano toni accesi e attizzino i carboni, continuano a non discostarsi dalle rotaie del condizionale, della “terra di mezzo”. Italiano sii uomo, anzi sii maschio: facciamo “Una” rivoluzione!

Ahimè è già domani.


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Le lance dei soldati

Adesso lo vado a trovare poco. Solo quando ne sento davvero la necessità e sono nei paraggi. Prima di arrivare abbasso sempre la musica dell’autoradio, se è già bassa l’abbasso ancora. Varcato il cancello sento subito il ghiaino sotto le scarpe, fa “scs scs”: mi piace. Il ghiaino è brutto da vedere ma quando ci passeggi e c’è silenzio fa un suono stupendo.

Cammino piano, composto, come se qualcuno fosse lì a guardarmi, anzi, peggio ancora a giudicarmi. Mi avvicino scansando dei fiori, tocco la foto e metto una mano sul marmo intiepidito da una giornata rovente. Non faccio il segno della croce, se lo faccio è solo mentale.

Ormai non mi commuovo più, non chiedo più niente, rimango in silenzio e basata. Penso che non sia male questo posto. Si vedono le vette delle montagne, belle dritte come lance di soldati, oggi poi il cielo è così terso che sembra di poterle toccare. Fa caldo, canta il corpo di una cicala.

Forse dovrei pregare. Forse non se lo merita, forse non se lo merita nessuno. Forse dovrei credere. Penso ad un racconto che ho letto in cui si ipotizzava che i morti sapessero tutto: tutto, qualsiasi cosa. Triste. Morire non sarebbe più come il raggiungimento di qualcosa ma una condanna.

Penso un paio di cose che vorrei che capisse. Tocco di nuovo la foto, mi volto e torno sul ghiaino. Una donna fa giardinaggio su una tomba vicino al cancello d’ingresso. E’ grassa e ha i baffi. Mi sorride. Sorrido pacatamente, come si conviene, come la pensassi come lei.

La scritta dice “E' tra le braccia di Dio”, io penso - che posto di merda, vicino al cancello, e non si vedono neppure le lance dei soldati -.

 
 
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