In bloom
Le gambe di Sharon Stone
- Ma che domanda è? Come ti viene in mente una cosa del genere?
- Non lo so mi viene in mente così e basta, perché è importante. Perché mentre te lo chiedo, fissando il muro azzurro pastello della camera da letto illuminato da una lampada comprata da qualcun altro per qualcun altro, mi sento terribilmente solo e vorrei immaginare un'avventura "incontaminata", che non è stata sollecitata da alcuno stimolo, che non so già, anche solo inconsciamente, come andrà a finire. E vorrei sentirmi perso per questo, non per i mostri ed i fantasmi che la popolano ma perché non ho la più pallida idea di cosa accadrà dopo. Riesci a comprendere? Capisci quanto sia importante?
- Tu mi fai sentire così.
- Così come?
- Come l'indigeno di cui parli, incontaminato. Mi fai sentire così come vorresti sentirti tu.
- E come vorrei sentirmi io?
- Che non sai quello che accadrà dopo, tra un minuto come tra dieci anni, ammesso che ci siano altri dieci anni. Io ti amo.
- Anch'io ti amo. Non piangere, perché piangi?
- Perché tu non mi ami, e lo sai. Tu non sei in grado di amare nessuno, neppure te stesso, e sai anche questo, e ti fa impazzire. Ma non preoccuparti, non sto male, piango e basta, piango perché devo, non per te. Piango per me e continuo ad amarti, perché ognuno ha le proprie malattie, e la mia è il nostro amore, anzi il mio amore, il mio amore verso di te, che non ami nessuno. Neppure te stesso. A cosa stai pensando?
- La verità?
- Si.
- Alle gambe si Sharon Stone.
Vi spiego perchè ora #jesuischarlie
E si signori miei, vogliamo la libertà d’espressione? Vogliamo che i nostri figli alla tenera età di dodici anni ci dicano “non mi rompere il cazzo” e poterne addossare la colpa alla scuola e al “sistema” (non quello del superenalotto)? Vogliamo che Mario Adinolfi, ex deputato, ex blogger, ex sostenitore delle unioni gay, ex marito e ora risposato nella Santa Chiesa Cosmopolitan Hotel di Las Vegas tra una partita di Poker e l’altra di cui è giocatore, non credo ex, professionista, ci parli di rassegna stampa e Vangelo tutte le mattine su face book sotto il simbolo del partito-movimento da lui fondato “Popolo della Famiglia”? Il quale forse esprimerà solidarietà con le mie posizioni perchè nonostante sia diventato un fondamentalista cristiano rimane, credo, uno strenuo sostenitore della libertà di pensiero ed espressione. Ebbene vogliamo poter buttare la mozzarella scaduta senza toglierla dal suo involucro di plastica nel sacco dell’umido “tanto alla fine sappiamo che scaricano tutto insieme”? Vogliamo rivendicare la libertà di fare battute su Maometto, Gesù Cristo o qualsiasi supereroe della Marvel? Vogliamo questa straordinaria vita in cui tutti possono riempire e riempirsi di parole, immagini di dubbio gusto e utilità, dove tutto quello che viene trasmesso, digitato e “postato” ha costruito una sorta di coscienza comune di cui sono testimonianza le espressioni “il web pensa che”, “il trend topic è”? In cui si dimentica che commentare #sticazzi alla notizia dell’ultimo vertice italo-franco-tedesco non significa essersene fatti un’opinione sui contenuti?
Vogliamo questa libertà di pensiero e parola? Proprio questa intendo. Esatto, quella delle condivisioni delle immagini dei barconi con sotto la pioggia di commenti “che stiano a casa loro questi negri del cazzo, spariamogli con le portaerei”. E non pensare che non ti riguardi perché questa roba qui sei anche tu. Perché se non l’hai detto almeno una volta, naturalmente scherzando, lo sappiamo che tu non lo pensi davvero, sicuramente l’ha detto il tuo vicino di casa, il tuo amico da una vita che sì è un po’ razzista ma in fondo non è cattivo, il tuo compagno di calcetto che vedi due volte a settimana per cui non si può considerare prorpio un amico vero, oppure lo dice tuo padre o tuo nonno che è tanto buono, ha fatto anche la guerra, solo che non ha potuto studiare poverino non si può pretendere, non è colpa sua.
Poverino un cazzo, tu, tuo nonno ed io: #jesuischarlie .
Germogli d'autunno
Senza salutarmi
Il gesto di Dio
Insonnia, oceani e forse un'isola
Il Tempo è curvo
(Personale interpretazione della Teoria quantistica dei campi nello spazio-tempo curvo)
La legge del contrappasso

- - Sei qui per te?
- - No, per mio nonno.
- - Niente di grave spero?!?. Dice con quel tono tra domanda e sentenza di morte.
- - No, fortunatamente niente di grave, giusto un tagliando dovuto all’età.
- - Tu come stai? Non sapevo fossi diventata medico. È un bel po’ che non ci vediamo. Chi l’avrebbe mai detto?
- - Chi l’avrebbe mai detto cosa?. Fa lei.
- - Di trovare una lesbica in mezzo ad un mare di cazzi! La “legge del contrappasso” ricordi? Dante, l’abbiamo studiato al liceo, oppure Innocenzo III nel “De Contemptu Mundi”, spiegando la caduta di Sodoma e Gomorra: “Perciò il Signore riversò una pioggia da sé, non pioggia d’acqua o di rugiada ma di zolfo e di fuoco, zolfo sul fetore della lussuria, fuoco sull’ardore della libidine, affinché la pena fosse il contrappasso della colpa”. Mi atteggio e faccio il grosso con la cultura. Dei discreti studi combinati ad una brutta giornata sono più pericolosi di Bin Laden su un autobus pieno di suore cristiane ortodosse.
- - Nel senso che chi l’avrebbe mai detto di ritrovarci qui. Insomma non è il luogo più allegro per incontrarsi…
- - Bhu si, ma poi ci sia abitua a tutto. Forse ci vorrebbe una tinteggiata alla pareti con un colore più allegro.
- - E si hai ragione, magari un bel verde speranza. Speranza di non capitare spesso da queste parti. Ora ti saluto perché devo proprio andare, mi scade il ticket del parcheggio. Ci vediamo eh!
- - Mi ha fatto piacere-. Dice lei. – Stammi bene!. – Chiosa la stronza.
Mi ascolto pensare...

La vita accanto: altrove.

Adagiato al buio, sulla poltrona marrone, di pelle, quasi comoda. Osservo la tempesta dorata nell'aria, sorseggio fredda acqua di diamante in calice, per ricordarmi quanto e' preziosa. Fuori succede di tutto, non cade una goccia. Dalla porta a vetri spalancata irrompe gelida aria celeste, spinta da lontano, soffiata da un altro dio, quello che non e' con me, che mi aspetta, che mi tormenta. Vedo l'incanto di luci che disegnano nubi intermittenti, fluttuanti, sempre rinnovate. Il riflesso del bagliore dalla mia porzione di cielo mi parla di uno spettacolo meraviglioso poco distante, dietro l'angolo, dietro la finestra accanto, chiusa. Adagiato sulla poltrona con il cuore avido, riposo gli occhi nel buio. Ancora una volta la vita accade altrove. Dietro una finestra chiusa: dietro l'angolo.
Interior al aire libre
Rallento il respiro, assaporando in bocca il dolce profumo di rosa mescolato a note di mimosa. Intravedo nell’ampolla che contiene il fresco bouquet gli steli recisi. Li sento dolere, li percepisco tra le dita. Attenuano con la loro lacrima di linfa, che scorrere già tra i polpastrelli, la pressione che esercito sui braccioli del dondolo. Pressione, equilibrio. Equilibrio, immobilità dinamica. Immobilità dinamica, obbiettivo. Obbiettivo, vita.
Il legno preme sui palmi privi di calli che sento infuocarsi per chiedere un cambio di posizione. Desisto dal concedermi il consueto accontentare il corpo.
Ripenso all’accetta che da bambino rubai nel capanno della servitù, e trascinandola fino al ruscello iniziai ad abbattere i piccoli arbusti circostanti. Ero Tom Sawyer: mi mancava la zattera. Con scoordinata fatica colpivo la natura quieta di una tarda mattina primaverile, ed essa quieta, moriva inerme vittima dei miei sogni. Ricordo le mani infuocate, arse dal legno del manico dell’accetta che brandivo per produrre altro legno. Ricordo i rami a terra, gli arbusti mutilati, la zattera incompiuta.
Ricordo l’acqua del ruscello: rigenerante come la carezza di una madre nel lenire le ferite. Ricordo il cinguettio dei passeri in festa, liberi, muti ma cantori, differentemente dal piccolo e canuto uccelletto chiuso in gabbia che ho da poco riportato dalle Americhe. E’ sopravvissuto ai tre mesi di viaggio, sotto coperta, senza cielo, saltellante sul suo trespolo ondeggiante. Ha visto morire un terzo dell’equipaggio per fame e malattia. Lo presi a Mulberry Street, da un uomo grasso e sporco che da un carretto estraeva ogni sorta di bizzarria. Mi disse che era un uccello sacro per i Lenape, gli abitanti di Manhattan prima degli europei, che era una rarità, che viveva cent’anni ed era in grado di parlare. Me lo offrì per l’orologio d’argento che portavo al taschino, lo portai via per pochi spicci: forse non era poi così sacro. Sarah lo accudisce con l’eleganza infastidita di chi riceve un regalo sgradito e ogni tanto si lamenta di sentirgli pronunciare dei versi che somigliano ad imprecazioni, dice che quel pennuto “potrebbe tranquillamente passare per un’Irlandese”.
La guardo mescolare il tè con estrema delicatezza, per non picchiettare con il cucchiaino la tazzina, per non disturbare. Lei è così, ed ora mi appare nel suo essere profondo. Donna, femmina, madre mancata e sofferente, vogliosa di riscatto, piena di vita ma orribilmente rassegnata ad essa. Sarah è una melodia incompiuta, un’Opera straordinaria ridotta a motivetto da un’orchestra mediocre. E’ una vita consueta. Eppure la sua chioma raccolta mi ricorda una corona da principessa, anzi da regina. Le sue forme tonde e sicure sono un inno al piacere delle carni, il suo intelletto curioso soddisfa lo spirito, è una musa di libertà. E’ “La liberté éclairant le monde” che accoglie le preghiere alle porte della città dei sogni sul fiume Hudson, irta, silente, misteriosa, rassicurante e malinconica: come Venere sull’Olimpo sovrasta Bedloe’s Island. Anche Sarah è un dono, è un sacrificio, è i rami a terra, gli arbusti mutilati, la mia zattera incompiuta.
Riparto melanconico da questo non luogo del tutto. Da questa spaventosa chiarezza, disturbato dal fruscio dell’agave e dalla finestra che sbatte sospinta dall’ultima brezza estiva.
Ritorno al vecchio mondo, al niente, alle Indie che verranno, al primogenito che non giungerà mai, al prossimo arrivederci con Sarah con la speranza segreta nel cuore di entrambi che si tratti di un addio.
L'importanza del tempio
L’importanza dei templi è soprattutto nelle richieste di perdono. Il perdono implica una presa di coscienza. Il perdono implica una morale. Il perdono chiesto in un tempio implica il riconoscimento di un Dio, di un Salvatore: un Salvatore che ci salvi da noi stessi.
La richiesta di perdono, quando sincera, è la vita che si palesa, la comprensione della volontà di senso che ci tiene uniti, l’uno all’altro, perché il senso è nell’alterità, l’alterità ci permette la comprensione dell’Io. Siamo animali sociali per necessità, per egoismo, per avidità. Il pentimento invece è materia cristallina, pura, trasparente, impermeabile ma pur sempre materia.
I penitenti saranno tutti salvati da Dio che, se realmente tale, non li perdonerà.
Il tempo esatto
1.10, rimango in attesa.
1.11, niente.
1.12, la follia sarebbe non provaci. Non provare a scardinare l’ordine del tempo. Ogni cambiamento è tale perché scuote irreparabilmente l’ordine stabilito dai numeri. La poesia è nella perfezione dei numeri o nel prendersi gioco di loro.
1.13, 2+2= 4, questo è il tempo che ci accoglie e ci imprigiona. 2+2=4, ci conforta come una madre protettiva dalla quale pare impossibile liberarsi.
Molto tempo fa, non ricordo il tempo esatto.
Sono
di ciò che ero,
e sarò
ancor d’ esso,
credo
in questo processo,
masochista e consolante.
Ora, tempo esatto: 01.21
Respiro,
aria e asfalto
si mescolano al silenzio
di un balcone aperto.
La notte profumata racconta
suoni di vite,
immagine singola.
Bisogna provarci. Devo provarci. Dobbiamo provarci. Poesie.
Vento immobile
Rimango a guardare la finestrella nella speranza di veder passare per un istante qualcosa: una nuvola, un gabbiano , la scia di un aereo. Rimango lì, guardando tra le inferriate la mia porzione di mondo distorto e compresso. Rimango lì, dando le spalle alla pesante porta spalancata della mia galera, percependo l’aria fresca che prepotentemente mi accarezza.
Rimango lì, codardo, immaginando il mondo che vorrei.
Notturno
Senza una logica, almeno apparente, perché il flusso pare incontrollato e le associazioni impossibili da ricostruire dopo pochi istanti.
Capita così che il tempo trascorra, con tutta questa vita dentro, senza logica, e quella fuori che di logica pare averne ancor meno.
Il futuro dovrebbe essere la sintesi, di ciò che il flusso dice e di ciò che la vita fa intravedere: dovrebbe appunto.
Stanze
Guida piano e composto la sua Jaguar. Stringe il volante in pelle con la mano sinistra e il cambio in acciaio con la destra: caldo, freddo. Fuori si gela, dentro si respira la stessa aria che c’è fuori ma scaldata dai tubi che corrono vicino al motore. La radio suona per sé.
E’ teso. Molto teso. La decisione è presa e non tornerà indietro.
Apre la porta blindata con la chiave lunga, quella che ha sempre odiato perché non sta in nessun pantalone. Appoggia la The Bridge a terra, vicino allo spiraglio delle luci neon a pavimento costate 1.352 euro. Ricorda ancora la fattura. Le ha volute lui perché gli piacevano con il pavimento bianco, lo stesso che aveva visto su AD. Sfilandosi il Moncler sente cadere un bottone della giacca a terra, è il secondo della manica destra, lo sa, non ha bisogno di guardare, era da qualche giorno che pendeva tenuto su da un niente. Lo lascia lì a terra: staccato.
- Ciao tesoro.
- Dobbiamo parlare.
E dicendolo si siede su uno dei due sgabelli che hanno voluto di contorno alla penisola della cucina. Stupenda. La cucina è nera. Stupenda. Unisce design, funzionalità e robustezza. Stupenda.
- Certo. E’ successo qualcosa al lavoro?
Mentre lo dice però non lo guarda. Continua a tritare le verdure dandogli la schiena. Vicino ai lavelli quadrati. Stupendi.
- Smettila, dobbiamo parlare. Ascoltami.
Aggancia le gambe allo sgabello, tiene la schiena dritta e allunga una mano fin sopra la testa bionda del bambino dentro il seggiolone Foppapedretti agganciato alla penisola. Stupenda. Lo accarezza una volta. Gioca con qualcosa, è impegnato.
- E’ finita. Non c’è molto da dire. Non ti amo più.
Le guarda i capelli castani perfetti che cadono sulle spalle. Il corpo da ginnasta fasciato nel vestito “fumo di Londra” che le ha regalato lo scorso fine settimana. Non ha mai visto nessuna donna così elegante cucinare, così composta. Lei lo è sempre stata: era un pregio, era motivo di fascino, se l’era immaginata così fin da ragazzo. Era.
La osserva. Lei continua nel suo lavoro. Non dice nulla. Si volta appena per prendere dell’altra verdura dal lavello. Scopre il profilo, il mento leggermente a punta che vorrebbe ritoccare dal chirurgo.
La guarda e si rende conto di quanto l’abbia amata, desiderata e vissuta.
Forse sta per avere un’erezione.
- Non dici niente?
- Cosa vuoi che dica? Cosa vuoi sentirmi dire? Che strada vuoi che prenda la storia che stai scrivendo? Come te l’eri immaginata?
Lui ascolta le sue parole. L’ha sempre ascoltata. E’ per questo che per così a lungo sono stati uno. Si accorge del leggero tremolio che le prende l’estremità destra del labbro inferiore quando è nervosa. Pensa a lei come ad una statua. Perfetta, stupenda. Una statua che trema, viva. Trema impercettibilmente. Lui sarebbe disposto a morire se la dignità di lei fosse in pericolo.
Ama la sua intelligenza. Lei sa già tutto. Sa che non ci sono motivi. Sa che è lei la più forte, o almeno che è quello il compito che le è stato dato e che non ha rifiutato. Sa che è grazie a lei che è diventato e sarà, anche senza di lei, Lui.
(La mente umana è un vortice buio nel cui abisso si intravede una luce fioca. Quella luce è una promessa. Non “La Promessa” ma “una promessa”, perché è di tutti).
Allora lui continua. Assolve il compito che si è dato. Che donna straordinaria pensa.
- Non ti amo più e basta. Non ci sono motivi. Non ci sono donne, non ci sono perché. Non ti amo e ho paura. Ho paura e scappo. Ho paura che mi manchi la parola ancora. Ti guardo. Guardo tutto questo e mi sono stufato. Mi manca l’aria. Si adesso. Non prima, mi manca l’aria adesso.
Nostro figlio non lo voglio. Non lo amo. Non mi interessa cosa sarà da grande, chi sarà. E’ una persona che non mi interessa e non mi interessano gli scompensi che potrà avere per la mancanza di un padre. Non lo voglio e basta. Non vi voglio. Non voglio più nulla che sia tutto questo e non mi dispiace.
Non sento il bisogno di chiedere scusa a nessuno.
….
Non voglio morire così. Non voglio morire dopo una vita così. Così. Così. Così. Così come si dovrebbe.
Lo so che capisci. Capisci perché eravamo noi. Capisci perché ti ho portata dentro di me. Ti ho fatto guardare. Eravamo uno. Capisci perché eravamo. Plurale, plurale, plurale! Plurale! Plurale! Plurale! Plurale! Plurale per indicare uno! Uno! Capisci!
Non vi mancherà nulla.
Si alza dallo sgabello. Lei posa il coltello, sciacqua le mani e si volta. E’ proprio come l’aveva sempre sognata. E’ lei e non sarebbe potuta essere nessun’altra.
- Vattene!
…
…
Vai, non perdere tempo.
La guarda per qualche istante. Cerca una risposta ad una qualsiasi domanda. Rimane in piedi di fronte alla statua. Fissandola. Stupenda.
Va verso l’ingresso senza curarsi del bambino. Rinfila il cappotto. Lascia la valigetta lì dov’è, prende le chiavi dell’auto. Esce.
Nel silenzio dell’ampio ascensore pensa al suo bottone: per terra, in mezzo ad un corridoio bianco illuminato con delle luci a neon. Solo.
Io almeno esisto
Quando uccido qualcuno mi piace strappargli la vita, nel senso che adoro guardare il prescelto mentre tenta disperatamente di ribellarsi all'inevitabile. Gli occhi inniettati di vita come non lo sono mai stati supplicano l'inottenibile: una grazia che non concederà nessuno, un Dio che non conoscono, me, che sono il vero Dio, l'unico misericordioso che ha scelto per loro e come il primo dei giusti non e' mai tornato sui propri passi. Perche' le preghiere, le suppliche, i bisbigli notturni con la bocca coperta dalle lenzuola, non sono altro che la codardia dell'uomo di fronte a se stesso. Dio, quello che pregano loro, quello che non risponde mai, non e' altro che una decisione delegata a qualcun'altro,una fuga di fronte al senso.
Giustizia: questo sono io.
Li scanno come maiali. Mentre sono ancora anestetizzati fisso braccia e gambe con delle corde appese al muro in modo che stiano ben divaricate, al loro risveglio la prima cosa che vedono e' il carrello con gli strumenti che mi permetteranno di liberare la loro anima: un coltello affilato con lama seghettata da trentotto cm, un martello da tre chili, una cesoia e un filo da pesca. La maggior parte di loro a questo punto e' già scoppiata in un pianto disperato e inizia una litania di patetiche suppliche: adoro queste persone, sono quelle che piu' necessitano della mia misericordia. Impareranno il valore della vita perdendola.
Più cattivo di me c'e' solo il loro Dio: io almeno esisto.
Terra di mezzo
Della querelle tra il resuscitato “Il Giornale” e “Avvenire” senza dubbio ne potrebbero trarre vantaggio tutti, questa volta sembra incredibile a dirsi, ma potrebbero vincere anche i cittadini.
In che modo? Semplice, scegliendo di stare dalla parte giusta: e qui viene il bello.
L’homo italicus preferirà infatti rifugiarsi tra il ventoso colonnato vaticano o si ribellerà in difesa del voyeurismo mediatico dilagante?
Se da una parte troverebbe conforto nei familiari, per quanto ormai poco praticati, precetti cristiani, dall’altra avrebbe finalmente l’occasione di spazzare con un ultimo colpo di spugna anche i più antichi pudori, lasciati fino ad ora lì a traballare, un po’ per reale rispetto un po’ per timore.
Caro italiano, abbi fede! Fede in te stesso! Hai dalla tua i numeri: 7.915.000 spettatori televisivi durante la proclamazione del vincitore del Grande Fratello 9 contro gli “appena” 2.121.000 in occasione della Santa Messa tenuta a San Giovanni Rotondo lo scorso 16 giugno dal Santo Padre.
Insomma sig. Italiano, sentiti libero di scegliere, ma si coerente!
Redimiti e smetti di versare ogni domenica 1 € nel cestino delle elemosine e tonnellate di testosterone il pomeriggio di fronte al televisore, scegli una delle due e attacca chi fa la morale solo quando è toccato nell’intimo, sii migliore di molti dei tuoi precettori!
Oppure togli la maschera del buon cristiano per non offendere chi davvero lo è, sii figlio solo dei tempi e prendi tutto, arraffa a più non posso a destra e a sinistra, (da questa parte fai attenzione nelle scorribande, potresti imbatterti nel “Gran Maestro protettore del Tempio” San Travaglio, il più Giusto dei Giusti, pronto a bacchettarti dall’alto del suo colle immacolato), cancella morale collettiva, spiritualità e pudore, sii per una volta fondamentalista in qualcosa, fosse anche del niente!
Insomma Italiano, hai finalmente l’occasione di ribellarti come mai prima, le carte sono tutte scoperte: informazione, politica, fede. Italiano! Facciamo la Rivoluzione! Cambiamo faccia al Paese, trasformiamolo in un feudo Vaticano, abbandoniamo i falsi miti di ricchezza e piacere, salpiamo da questa “terra di mezzo”, (mezzo moralismo, mezzo piacere, mezza fede), strappiamo dalle pagine di grammatica i verbi condizionali e votiamoci all’indicativo!
Oppure togliamo l’insegna sbiadita “Bel Paese” in favore di quella luminosa “Il Paese dei Balocchi”, facciamo carta straccia delle leggi Merlin e sulla privacy, sostituiamo in ogni pubblica piazza le statue marmoree con donnine e bell’imbusti in carne ed ossa, costruiamo palazzi interamente di vetro uno di fronte all’altro e andiamoci a vivere! Saremo liberi, sapremo tutto, avremo sempre qualcosa da fissare, finalmente guarderemo solo fuori!
Dai piccolo grande uomo italico non perdere “l’ Occasione”! Non rimanere a centro strada, dipende da te! Tutti gli interpreti in gioco purtroppo, per quanto tengano toni accesi e attizzino i carboni, continuano a non discostarsi dalle rotaie del condizionale, della “terra di mezzo”. Italiano sii uomo, anzi sii maschio: facciamo “Una” rivoluzione!
Ahimè è già domani.
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Le lance dei soldati
Adesso lo vado a trovare poco. Solo quando ne sento davvero la necessità e sono nei paraggi. Prima di arrivare abbasso sempre la musica dell’autoradio, se è già bassa l’abbasso ancora. Varcato il cancello sento subito il ghiaino sotto le scarpe, fa “scs scs”: mi piace. Il ghiaino è brutto da vedere ma quando ci passeggi e c’è silenzio fa un suono stupendo.
Cammino piano, composto, come se qualcuno fosse lì a guardarmi, anzi, peggio ancora a giudicarmi. Mi avvicino scansando dei fiori, tocco la foto e metto una mano sul marmo intiepidito da una giornata rovente. Non faccio il segno della croce, se lo faccio è solo mentale.
Ormai non mi commuovo più, non chiedo più niente, rimango in silenzio e basata. Penso che non sia male questo posto. Si vedono le vette delle montagne, belle dritte come lance di soldati, oggi poi il cielo è così terso che sembra di poterle toccare. Fa caldo, canta il corpo di una cicala.
Forse dovrei pregare. Forse non se lo merita, forse non se lo merita nessuno. Forse dovrei credere. Penso ad un racconto che ho letto in cui si ipotizzava che i morti sapessero tutto: tutto, qualsiasi cosa. Triste. Morire non sarebbe più come il raggiungimento di qualcosa ma una condanna.
Penso un paio di cose che vorrei che capisse. Tocco di nuovo la foto, mi volto e torno sul ghiaino. Una donna fa giardinaggio su una tomba vicino al cancello d’ingresso. E’ grassa e ha i baffi. Mi sorride. Sorrido pacatamente, come si conviene, come la pensassi come lei.
La scritta dice “E' tra le braccia di Dio”, io penso - che posto di merda, vicino al cancello, e non si vedono neppure le lance dei soldati -.









