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Il filo del niente mi parla di tutto

Notti come questa sono una tregua, una tana immaginaria in cui rifugiarsi, uno stato mentale rigenerante.
Invece di fare, (qualsiasi cosa), si è: inspiegabilmente e autonomamente trasportati da un filo che si srotola piano, senza seguire percorsi obbligati.
Così gli attimi diventano minuti, i minuti ore e Jeff Buckley nello stereo diventa solo musica e poi silenzio.
Gli unici suoni provengono dai pensieri che alla rinfusa si accavallano in testa, senza un’apparente logica compongono il momento dell’essere.
Istanti, minuti, qualche ora, comunque infinitamente nulla, in cui tutto il percepito quotidiano propone se stesso, in un vortice di balzi ci ricorda chi siamo.
È in questo stato di caotica quiete che osservo la plafoniera appesa al soffitto: intuisco che il puntino nero che vi galleggiava dentro non era un insetto morto ma uno vivo, che probabilmente ora si nasconde in qualche angolo della camera aspettando che mi addormenti per entrarmi nell’orecchio e mangiarmi il cervello. Forse è dietro i libri.
Libri che mi hanno dato: una parete in meno da riempire, insegnamenti preziosi, noia assoluta, notti insonni, mi hanno reso interessante spesso, noioso altrettanto, un paio di volte mi hanno aperto camere da letto, di sicuro hanno piegato le mensole su cui sono stipati con l’effetto che prima o poi cadranno portandosi dietro tutti i cd, tra cui “From the Muddy Banks of the Wishkah” che è un live mediocre dei Nirvana che non si caga nessuno ma a me piace da matti.
Penso allora a Kurt Cobain e l’abito di Canali che stropiccio rimanendo disteso, mi ricorda che forse non sono cosi “Grunge” come un tempo, che per spararsi in bocca con un fucile come ha fatto lui, oltre ad un fucile, appunto, e ad una pallottola, servono braccia lunghe, e lui, al contrario di me, era piuttosto basso.
 

Un'ipotesi di senso

Solo ora capisco molte cose. Una su tutte il senso di inutilità che mi generava la vita degli altri. In fondo, sono solo “altri”. Capisco davvero la dimensione spazio e il concetto tempo. Capisco, anche quello che non so, ora lo capisco. Un senso di assoluta certezza di fronte al tutto, inteso come pieno e non più come immensità da riempire. Capisco l’importanza delle parole, soprattutto di quelle non dette. Non sono più alcune le cose che capisco ma tutte. Capisco che Dio non esiste ma è sempre esistito dentro di me, capisco che anch’io sono Dio. Capisco che non svilupperò più concetti come: dubbio, possibilità, errore, incertezza, vuoto, inadeguatezza.
Capisco l’assoluta ricchezza della povertà sensitiva in cui mi trovavo. Capisco solo ora il mondo che non ho più, e di questo “solo ora” ne capisco il perché.
Capisco, ora che sono morto, il senso del mio vivere.
 

Abbastanza

- Dammi una sigaretta.
- Non puoi fumare.
- Dammi una sigaretta per favore.
- No!
- Ho detto dammi una cazzo di sigaretta!
Pensa che gli piace persino il sapore del filtro in bocca mentre è ancora spenta.
- L’accendino. Ci stanno seguendo. Ci hanno trovati. Accendi cazzo.
Pensa che la benzina non è molta ma è abbastanza per scappare. Pensa che il fumo che entra nella bocca e scende nella gola vale la pena. Pensa alla prossima boccata che continuerà a fare tenendo le mani strette sul volante e il piede sull’acceleratore.
- Dove hai messo i soldi?
- Qui.
- Tirali fuori tutti e mettiteli addosso!
- Come? Dove?
- Muoviti, mettiteli dove cazzo ti pare ma nascondili addosso.
- Ti prego, sono vicini.
Pensa che non riesce più a trattenere la tosse, che deve togliere la sigaretta dalle labbra e stringerla tra le dita. Pensa che insieme all’aria gli stiano uscendo anche i polmoni.
- Cazzo.
- Stai sputando sangue! Ho paura.
- Tieniti, proviamo a passare di lì.
Pensa che probabilmente le persone che ha investito per tagliare la curva sono già morte oppure come lui stanno sentendo il sapore del sangue in bocca.
- Non li vedo. Tu li vedi?
- Non li vedo. Dove andiamo? Sei pieno di sangue, ti prego fermati!
Pensa che i puntini neri che inizia a vedere lo porteranno presto allo svenimento. Pensa che gli piacerebbe vivere almeno per consumare la benzina nella macchina che poco prima gli sembrava “abbastanza”.
- Adesso mi fermo e scendi!
- No! Non ci penso nemmeno.
- Ho detto che scendi!
- Ti prego, sei pieno di sangue fermati.
- Vai, scappa! Sai dove devi andare, hai soldi abbastanza per tutto quello che ti serve!
- No, ti prego. Ti amo.
Pensa che mentre la spinge fuori dalla macchina è l’ultima volta che sentirà il contatto con la sua pelle. Pensa che sono gli ultimi battiti del cuore che lo tengono in vita e vorrebbe contarli. Pensa che è meglio così piuttosto che in un letto. Pensa che potrebbe dirle ti amo. Pensa che le parole che dirà saranno le ultime, perché la vita gli è già scivolata via con il sangue che ormai, dalla bocca, si è riversato su tutto. Pensa che sono le ultime parole e vuole giocarsele bene.
- Lasciami le sigarette.
 

Volevo dirle

Volevo dirle che era da un pò che non sentivo il rumore della ghiaia sotto le scarpe, nel senso che l'ascoltavo. Volevo dirle cose belle, che la facessero ridere, che la costringessero a mostrare i denti bianchi sotto il sole, a pensare a me quando meno se lo sarebbe aspettato. Volevo tutto questo per me. Perchè non sono un santo, perchè è la ricerca del piacere personale che ci porta a far star bene gli altri. Volevo dirle che lei era una vita possibile, un sentiero che sarebbe stato bello percorrere, ma non era abbastanza, io non ero abbastanza.
Volevo dirle che le cose vanno sempre come devono andare anche quando non sono giuste, che sentivo un peso schiacciarmi il petto, come quando ho la certezza di aver fatto qualcosa di sbagliato.Volevo dirle cose intelligenti per sentirmi intelligente e che quando ascolto "Lilac wine" penso a lei e a quello che sarebbe potuto essere.
Volevo dirle un sacco di cose e non ho detto niente, ho camminato concentrandomi sulla ghiaia, sui quasi sorrisi e sulle parole per non farle del male, anzi, visto che non sono un santo, per non fare del male a me.
 

Minuti fantastici

Che devo andare dall’oculista lo capisco dai fanali della macchina che frena davanti a me: la luce si allunga e sfoca, mi infilo un dito dentro l’occhio stropicciandolo, spingo forte li dove quando piango esce la prima lacrima, le altre poi scelgono loro se e dove cadere. Hanno cambiato la viabilità, rifanno i marciapiedi, i lampioni, tutto insomma anche se nessuno cammina, forse li fanno per i cani, come il mio che senza guinzaglio va dove gli pare e piscia su tutto.
Ho un moto di gioia nel vedere che la macchina che mi precede è più vecchia della mia, che è già maggiorenne, quindi quella è vecchissima. Godere di qualcosa mentre aspetto mi fa sentire meglio e in fondo, visto che nella vita si aspetta sempre qualcosa, mi do una giustificazione stupida e banale sul perché godiamo della piccole e grandi disavventure che capitano agli altri.
La cosa che più mi fa incazzare è che so che arrivato a quel punto che non vedo, dove mi pare ci sia il grosso del problema, troverò un vigile comunale con la sua paletta che cerca di dirigere quello che si potrebbe dirigere autonomamente con qualche “vavvanculo” e “brutta puttana chi ti ha dato la patente?”.
Mi accorgo che quasi tutti i cd che ho in macchina contengono qualche pezzo di Vasco, compreso questo e penso che mi ha rotto un po’ le palle, lui, la Svizzera, Topo Gigio, Sally che con una mano si sfiora e pure Ligabue, visto che in un modo e nell’altro si infila pure lui nelle mie compilation di dubbio gusto e coerenza.
Arrivo a quel punto che non vedevo e non trovo un vigile, ne trovo tre. Scalo in seconda, procedo a passo d’uomo, apro il pugno che stringe il pomello del cambio e alzo il dito medio, tenendo la mano bassa, appoggiata sul sedile del passeggero, che non mi vedano da vero codardo, quando gli scivolo accanto ne punto uno che sta guardando da un’altra parte e mi esce “andate a prendervelo nel culo teste di cazzo”. A quel punto mi accorgo che l’altro guardava dritto dentro il mio abitacolo e allora già che c’ero: “si hai capito bene” e via verso casa a mangiare il risotto con il radicchio di Treviso comprato a Pordenone.
Quando faccio queste stronzate me ne pento dopo cinque minuti, ma prima di quel momento sono minuti fantastici.
 

Senza strade

Non so perché ma a quest’ora i pensieri spesso diventano propositi. Come se per giustificare il fatto d’esser ancora sveglio servisse una scusa; perché i propositi sono scuse: soprattutto quelli buoni. Allora mi metto a scrivere pensando ad altro, per cancellarli, perché preferisco lasciarli ad altri, a quelli che ci credono davvero.
Scrivo inseguendo un pensiero stronzo che rimbalza nella testa e che non riesco a levarmi, oppure cercando di mettere a fuoco quella buona idea venutami un giorno in metro, quando appena entrato sentii il freddo dell’aria condizionata scendermi nei polmoni e la puzza della gente entrarmi in bocca attraverso il naso.
Scrivo dicevo, inseguendo qualcosa, ma senza dire niente a te che leggi, un po’ per vezzo e un po’ per farti un dono: pensieri autonomi, senza strade, solo incoraggiati.
 

Al di là del Bene e del Male: Eluana vive

Vi propongo questi due pezzi, uno a firma mia e l'altro di un caro amico. Per portare due opinioni, entrambe a mio giudizio valide e rispettabili, anche se opposte.

Eluana è viva. Viva nel senso che finalmente può decidere, non può far sentire la sua voce, né comunicare con il corpo per spiegare le proprie ragioni, ma lo fa attraverso un’altra vita: quella del padre.
Se qualcosa infatti in questi tempi di sola scienza ancora conta, sono proprio i legami tra le persone, di sangue, tra padre e figlia.
Sono trascorsi diciassette anni da quel maledetto 18 gennaio del 1992, quando Eluana per un crudele destino che accomuna purtroppo migliaia di persone, è passata dalla gioia di vivere dei suoi vent’anni, ad una condizione di non morte e non vita. Un limbo per nulla paragonabile con l’immagine del Purgatorio trasmessaci dalla tradizione letteral-cristiana. Il suo corpo è infatti ancora terreno, tenuto in essere da un sondino meccanico che, come una catena, la tiene al guinzaglio: lì.
Ecco allora che in un momento tragico come questo, in cui la coscienza si sente smarrita di fronte ad un avvenimento che va “al di là del bene e del male”, ci viene in soccorso l’amore del padre nei confronti del figlio, la sua pietà, che se i “catto-benpensanti” non permettono di definire cristiana, certamente molto ha a che vedere con la pietas latina, intesa come quel sentimento di rispetto assoluto per la famiglia e per i propri componenti, come se quel nucleo fosse la metafora della conoscenza del tutto.
Non si può decidere per la vita d’altri, è vero, ma non si può nemmeno capire fino in fondo se certi drammi non si vivono sulla propria pelle. E quando anche Dio, a volte, sembra non aver scelto, affidarsi a chi quella vita l’ha generata e curata, pare davvero la decisione più naturale.

di Alessandro Bressan

Sulla vicenda di Eluana sono entrati in campo forze ideologiche, volte a scardinare il sottofondo valoriale della convivenza civile. Nella tragedia di Eluana hanno identificato uno strumento straordinario per fare breccia nel sistema di valori, patrimonio vitale di questa società. A quel punto tutto è saltato o è stato stravolto: la logica, il buon senso e la semantica. Lascia ad esempio stupefatti che il medico che dovrebbe accompagnare alla morte Eluana, a precisa domanda sulla sofferenza eventualmente procurata dalla sospensione di cibo e acqua, dica: «Nessuna sofferenza, perché Eluana è morta diciassette anni fa». Allora avevano ragione le Suore misericordine di Lecco, quando supplicavano il papà, che diceva la stessa cosa del medico, di essere conseguente, di lasciare loro questa sua figlia, che ormai – avendola loro da sempre accudita – consideravano di casa. Se Eluana è morta 17 anni fa perché accanirsi con tanta protervia per farla morire davvero? Se Eluana non soffrirà, perché disporre di sedarla?
Pensiamo al Friuli, terra martoriata anche da invasioni, guerre, miseria, emigrazione. Ma terra di vita. Tutti hanno potuto toccare con mano questa verità nella tragedia dei terremoti del 1976. Mille morti, moltissimi feriti, centinaia di migliaia di senza tetto, ma un popolo tenacemente aggrappato alla vita. Un popolo abbattuto ma non disperato, colpito a morte ma non rassegnato. E il Friuli è tornato a vivere e i friulani hanno saputo trasformare le loro lacrime in sudore di ricostruzione e rinascita. E i paesi sono risorti come per miracolo, dove e come prima del terremoto e anche più belli. Una sorta di miracolo collettivo. Dovuto a cosa? Alla straordinaria energia prodotta dalle sue radici umane e cristiane, dove il rispetto e la promozione della vita erano al primo posto. Un popolo, quello friulano, che aveva un alto senso della vita e dunque anche un’attenta e rispettosa valutazione della morte.
Si nasceva in casa e in casa si voleva morire, circondati dall’amore solidale dei propri cari. A nessuno veniva in mente di abbreviare il tragitto verso la morte. Quella era una “pietà” riservata agli animali. Per gli umani c’era un diuturno addestramento alla sofferenza propria e altrui e alla resistenza.
E dinanzi alle più grandi difficoltà si veniva educati (ma per fortuna accade ancora) non alla rassegnazione alla morte ma alla perseveranza nell’amore alla vita. Tutt’altro rispetto a questa marcia forzata verso la morte.

di Andrea Camaiora

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Brandelli

Hendrix, tavolo, armadio, letto e io disteso, guardando le casse dello stereo.
Vorrei questa scena divenisse: in eterno. Intaccando, portando con sé il suo meglio per me, per ricordarmi cos’ ero e cosa sentivo, in un istante apparentemente inutile di una vita.


Poi ti accorgi che non sei come credi, che in fondo sei come non volevi, almeno in parte sei anche tu altre persone. Nei gesti, nei pensieri e nelle parole che non puoi fermare. Sei di tanti un pò e vorresti dire basta. Cerchi di importi a tuo modo, ma quei gesti e soprattutto quelle parole torneranno.
 
 
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